Come succede nelle favole c'è che dice che anche qui, nel silenzio della notte, quando nei casolari, nei borghi e nei paesini tutt'intorno si spegne l'ultima luce, una strana folla di personaggi del tempo che fu sbuchi da chissà dove per riprender posto nelle case, nelle botteghe, nelle stalle e nelle campagne. E sembra proprio che con loro, nel buio compatto e misterioso, i vecchi mestieri contadini tornino miracolosamente alla vita e riempiano l'aria di uno struggente concerto di rumori e di voci. Ed ecco le botte del fabbro sul ferro rovente, e il toc toc del martelletto del ciabattino, e le soste pazienti del seggiolaio, del cestaio e del bottaio, e lo sbatter dei panni al lavatoio, e la mietitura con la polvere dorata del frumento, e i fili di canapa, e i cori delle mondine negli afosi tramonti delle risaie, e l'andare placido dei buoi, e la vita sull'aia e nei poderi presidiati dalle sagome grottesche degli spaventapasseri, flaccidi, patetici e un po' sinistri come certe stremate marionette. Ma subito, nel primo chiarore dell'alba, tutto si spegne d'improvviso come sull'ordine di un regista fuori scena e i fantasmi del vecchio popolo della campagna abbandonano i sontuosi padiglioni del Museo della civiltà contadina e svaniscono oltre il sipario del loro mondo perduto. E a quel punto, nel giorno che avanza, dello straordinario teatrino di un'epoca lontana restano gli attrezzi e i ricordi, le immagini e le suggestioni tutti ordinatamente raccolti in questo bellissimo riassunto del passato che cataloga e mette in fila 10 mila, straordinarie testimonianze della vita campagnola tra la via Emilia e le valli dal Reno, al Panaro e al Santerno. «Il museo racconta la storia dei mezzadri e delle varie colture tra cui la raccolta del riso a un paio di chilometri da qui, dove ancora si produce il seme migliore del mondo», racconta il dottor Francesco Fabbri, entusiasta presidente della 'Stadura', 400 volontari, una 'vice', Carmen Zucchelli, 11 consiglieri, 1 segretaria, associazione fondamentale, col suo ruolo di tramite tra l'ente gestore, e cioè la Provincia di Bologna, e chi arricchisce ogni volta, con un nuovo pezzo, la prestigiosa raccolta. Via allora, in un breve viaggio verso il mondo agreste di tempi lontani, tra attrezzi, carri, macchinari agricoli e scene di vita familiare ordinatamente composti in una sfilata di piccole nicchie, come tanti presepi per tutte le stagioni. Ed ecco le botteghe e i mestieri ambulanti, e le fasi della trasformazione delle colture, e gli aratri, e i forcali scheletrici e contorti come palchi di cervi, e altro ancora. Eppoi gli scorci di vita familiare con le foto dei coniugi l'uno accanto all'altro sul comò, la sedia a dondolo sulla quale il nonno sonnecchiava, assorto e muto, rischiarato dai bagliori del camino, e l'incredibile girello per gemellini, in pratica una panca con due fori. C'è' questo e moltissimo di più, nello straordinario museo allestito nell'area di Villa Smeraldi, ex Zucchini ed ex Zambeccari, sontuosa dimora dal parco romantico sul quale le possenti sequoie si allungano e vegliano come sentinelle allerta e dove i soci della 'Stadura' mettono in scena per i più piccini un soave teatrino di favole animate, prima di lasciare il posto, al calar della notte, al silenzio e all'invisibile folla del tempo che fu.