UN' OCCASIONE mancata. Anzi, svilita in uno spazio esiguoe mal illuminato. E' questa l' impressione delusa che resta dopo aver più che ammirato, scrutato - con il naso quasi attaccato ai vetri- quelle foto uniche e bellissime per drammatica intensità, che raccontano i danni sulle opere d' arte dell' alluvione di Firenze del ' 66. Sono 70 piccole foto originali, scelte tra le mille dedicate a questo rovinoso evento, in dotazione all' archivio del Gabinetto fotografico del Polo museale: 70 foto in bianco e nero scattate "a caldo", per documentare passo passo il disastro di acqua e fango in chiese, chiostri, musei, opere d' arte, fino ai primi salvataggi e soccorsi per metterle al sicuro. Una "via crucis", come si legge nel testo a corredo della mostra che culmina nel nucleo forte della mostra, in una serie di scatti- fotogrammi sul Cristo crocifisso di Cimabue, trasportato a braccia fino alla Limonaia di Boboli. Le ferite alle opere, i volti smarriti di soprintendenti, funzionari, volontari affaticati in quelle ore di emergenza. Foto da guardare e riguardare, certo. Peccato averle sacrificate in uno spazio angusto come la Sala del Camino agli Uffizi, dove rari visitatori varcano la soglia, dopo la maratona in Galleria. Viene da chiedersi perché, invece di questo silenzioso e poco visitato tributo di mostra (aperta dall' 11 ottobre al 29 novembre, corredata di minicatalogo di cui, ad oggi sono state vendute al bookshop solo 4 o 5 copie) non si è osato una grande mostra, che con orgoglio mostrasse e facesse conoscere ai fiorentini - prima che ai turisti - questo incredibile deposito di memoria, di volti e mani di uominie donne protagonisti in quelle ore e in quei giorni della vita della città. Anzi, perché non tirar fuori dall' archivio questo nucleo forte nel 2006 per i 40 anni dall' alluvione? «Sono state fatte altre mostre» risponde laconica la direttrice del Gabinetto fotografico Marilena Tamassia. Che ammette: «È vero, lo spazio e l' allestimento non valorizzano la bellezza delle foto». (m.a.)