I Beni culturali, ossia: la più grande industria e fonte di ricchezza di questo sterminato Paese, dove ogni metro, sasso, o scorcio sono bene culturale, per non parlare degli uomini in carne ed ossa. Modelli di gestione: pochi. Tra i più noti, anche perché s'identificano con volti conosciuti: Vittorio Sgarbi e Walter Veltroni. Oggi il timone è però nelle mani di Giuliano Urbani, tessera numero tre nonché ideologo di Forza Italia. E noi vorremmo capire, al di là delle polemiche, se esiste o meno un modello Urbani. Intanto, però, le polemiche ci sono: soprattutto dopo una lite con i due massimi dirigenti dell'Associazione Editori, Motta e De Bortoli (che è anche il suo editore) e dopo un articolo al vetriolo apparso la scorsa settimana su "L'Espresso", in cui il classico stile insinuante e le illazioni si mescolano con alcuni precisi, pesanti capi d'accusa. Di snobbare le richieste delle categorie, di favoritismi verso alcuni amici (con nome e cognome), oltreché di crassa ignoranza. «A queste accuse ho risposto con un comunicato stampa tramite il mio portavoce» dice il ministro, senza dar troppo peso alla cosa. «Il settimanale in questione però lo ha pubblicato solo in parte». Mi scusi, ma io quel comunicato l'ho letto per intero. Capisco che rifiuti di doversi giustificare, però la risposta era molto, molto fiacca. Lei ha detto sì o no che Salvador Dalì era un pittore dell'Ottocento? Ha detto sì o no di essere quasi del tutto ignorante in materia di editoria? «Ma si figuri se l'ho detto, ma le pare?». Io non lo so, non c'ero. «Pensi che da giovane ho fondato e partecipato alla gestione di una piccola casa editrice, che devo dire andava anche bene. Anche perché il catalogo comprendeva i nomi giusti. Gliene cito uno: Keynes». De Bortoli l'ha attaccata con una certa violenza a proposito di un'ipotesi di legge a sostegno dell'editoria: legge che a lei sembra non interessare. «Distinguiamo il libro dagli editori. Esiste un problema-libro e, poi, esiste un problema-editori. Non tollero i trabocchetti e le congiure. Se la ragione per la quale vogliono incontrare il ministro è solo quella di chieder soldi, allora fatico un po' a riconoscere in chi mi sta davanti un possibile amico». Le difficoltà degli editori, però, sono molte. Qualche giorno fa un amico editore mi diceva del danno provocato dai gadget librari dei giornali. «Che cosa dovrei fare? Una legge per impedire ai giornali di regalare libri ai lettori?». No, però fare qualcosa per gli autori che formano il patrimonio fondamentale e indiscutibile della nostra cultura -anche non soltanto italiani. «Ma per fare una cosa del genere bisogna essere la Francia, un Paese cioè che, come Stato, è dieci volte più vecchio del nostro. Là esistono istituzioni -pensiamo all'Académie Francaise - il cui peso culturale, universalmente riconosciuto, è impensabile da noi. In che modo, da noi, lo stato potrebbe arrogarsi questo diritto a un'ufficialità in campo culturale?». Resta il fatto che certi classici sono difficili da reperire. Autori studiati a scuo-la, presenti sulle antologie... «Se non vendono, a che prò tenerli? Se non hanno mercato, è giusto che il loro posto sullo scaffale del libraio sia occupato da libri che ne hanno di più». Però, mi scusi, qualcosa per il libro va fatto. Perché in Italia si legge così poco? «Quello che sappiamo è che il consumo librario è rimasto pressappoco lo stesso negli ultimi trenta, trentacinque anni. Tenga conto però che in questo stesso periodo il consumo televisivo è cresciuto a dismisura». Questo però non spiega come mai siamo il terzultimo Paese in Europa quanto a libri letti pro capite. La tv esiste anche in Germania e in Inghilterra... «Ma la base è la stessa di trent'anni fa. Quello che m'interesserebbe sapere è "che cosa" si legge di più in Inghilterra, in Germania o in Francia. Questo è il problema vero. Non credo che in Italia si leggano meno libri di narrativa o di storia rispetto a quei Paesi. Ma in altri settori siamo palesemente inferiori, l'offerta è inferiore. Esistono cataloghi nei quali la nostra produzione non è competitiva». Mi faccia qualche esempio. «In Italia una produzione tecnico-scientifica specialistica e di alta divulgazione non esiste. Da noi questo genere di libri si traduce, non si produce. Ma chi ne ha bisogno per il proprio lavoro spesso non ha il tempo di aspettare le traduzioni (molte delle quali sono pessime) e così acquista i libri in lingua. Pensi che di recente per poter leggere certi libri ho dovuto imparare il tedesco. Per questo torno a chiedere: nei Paesi in cui si legge di più, che cosa si legge di più? È l'offerta a determinare la domanda. E l'offerta è tale solo se, prima, sai che cosa ti viene offerto, che cos'è, come si chiama, a che cosa serve, che cosa fa». E per incrementare il bisogno? «Gli elementi primari sono la scuola e la famiglia, non c'è santi. Ma, anche qui. Intendiamoci sulla scuola. Io non credo affatto che ad assolvere questo compito sia la scuola intesa come istituzione. A generare il bisogno è l'insegnante singolo, la persona, non l'istituzione». Prima accennava anche alla tv. Che con-tributo si aspetta dalla tv? «Se la tv generalista ha fallito come veicolo per la promozione della cultura, non è detto che questo valga sempre. Io spero molto nella tv digitale. Con la moltiplicazione delle emittenti credo che l'offerta crescerà e, con quella, la domanda. Non credo nell'"Amleto" di Gassman trasmesso alle due di notte da un canale tradizionale. Credo nell'"Amieto" di Gassman trasmesso da un canale che fa un'offerta specifica in tal senso». Come definirebbe la cultura? «Padronanza degli strumenti adeguati a rispondere alle sfide del tempo». Per fare la cultura ci vogliono i soldi. Che fine ha fatto quel famoso taglio del 25 per cento in seguito al quale, dopo ferrago-sto, lei minacciò le dimissioni? «L'allarme fu utilissimo. Ebbi immediate assicurazioni sui fondi per quel tipo di spese sulle quali erano stati decretati i tagli, e che riguardavano in sostanza il pagamento delle bollette e i lavori di pulizia nei musei, pinacoteche eccetera. Era una situazione ridicola. Ma sia la legge finanziaria dei giorni scorsi, sia altre fonti mi hanno garantito il flusso di risorse richiesto. Tra l'altro, la finanziaria ha decretato l'aumento del fondo destinato all'Arcus (una società pubblica che raccoglie fondi dalle grandi opere per destinarli ai Beni Culturali, ndr) dal 3 al 5 per cento. Il taglio è stato, insomma, più che compensato. Pur nell'economia massima». E a noi piace chiudere la nostra intervista su questo concetto vagamente barocco di "economia massima". Dunque, questo è il modello-Urbani. Liberista estremista, scientista, economicista, piuttosto anglosassone, devoluzionista (perlomeno in cultura), assolutamente anticonservatore in un Paese che ha sempre vissuto - a tutti i livelli - di conservazione. Distante mille miglia da Veltroni, ma mille miglia anche da Sgarbi, del quale non si sa come abbia potuto fargli, sia pure per poco tempo, da sottosegretario.