Tutela del patrimonio paesaggistico e culturale Basta girare per l'Italia per toccare con mano che la gestione del patrimonio culturale e paesaggistico attraversa un momento drammatico. Questo è il risultato, accumulatosi per decenni ma acceleratosi negli ultimi anni, della negligenza politica e dell'indifferenza di molti italiani. Si fa finta d'ignorare che, quando si distrugge l'immagine di un Paese, questa non si ricostruisce più. Tutti gli ammonimenti Maria Giulia Crespi, Ernesto Galli della Loggia, Salvatore Settis, Gioacchino Lanza Tomasi, per citare solo alcuni cadono nel vuoto. In piena crisi politica ed economica accentuata dal secessionismo della Lega Nord sarebbe ingenuo attendersi una correzione di rotta del governo e una presa di coscienza del Parlamento. Il disdegno dei movimenti populistici dal Belgio all'Italia, dai Paesi Bassi all'Ungheria, dalla Svezia all'Austria verso i pilastri tradizionali della cultura europea, coltiva, a sua volta, il menefreghismo. Così facendo, un nostro storico primato e un'ineguagliata eredità vengono fatte allegramente a pezzi con danno perla nostra identità di nazione e con beffa per le generazioni future. Inutile dire che l'immagine dell'Italia ha un valore unico al mondo. In realtà, già da tempo, la marginalizzazione del nostro patrimonio culturale avrebbe dovuto diventare un'emergenza nazionale anche perché ha un'incidenza diretta sul prestigio, sull'economia, sul turismo. Troppe persone sottovalutano le aspettative, che non ci meritiamo, esistenti nei confronti dell'Italia: per gli stranieri, l'attrazione del made in Italy e dei grandi marchi è strettamente legato al radicamento nel circostante paesaggio urbano e naturale. Saranno dolori quando ci si accorgerà che non è più così. Già adesso l'opinione pubblica internazionale si domanda se il nostro Paese non abbia abdicato alla responsabilità d'ospitare il più grande patrimonio culturale mondiale e rinunciato ad essere una voce partecipe nella cultura europea dove avremmo il compito, davvero storico, di portare la voce della cultura mediterranea nel cuore dell'Europa continentale. Il caso di Pompei citato da Sergio Rizzo sul Corriere non è isolato. Gli esempi di trascuratezza sono numerosi: nei drastici tagli di bilancio, nei confusi provvedimenti legislativi che favoriscono l'abusivismo, nel cosiddetto federalismo demaniale, nell'irruzione (caso unico nel mondo occidentale) dei turpiloquio nei giornali e nella televisione, nella presunzione che film provinciali di nessun interesse possano aspirare all'Oscar, nell'abbandono dei luoghi storici (piazze, musei, parchi pubblici), nella sciatteria imperante da Nord a Sud. Una passeggiata nel voluto degrado di Villa Borghese a Roma può essere molto istruttiva. Per lungo tempo abbiamo vissuto nell'ipocrita equivoco che il nostro patrimonio potesse resistere a qualunque pressione. In fondo, i beni culturali sono per gli italiani quello che la foresta amazzonica rappresenta per i brasiliani: dopo anni di negligenza, il Brasile ha capito la necessità di salvaguardarla nella sua integrità. Anche noi abbiamo un problema di salvaguardia. Se l'Italia dovesse modificarsi nei prossimi anni come nell'ultimo ventennio la sua fisionomia diventerà irriconoscibile, se la televisione continuerà a proporre programmi vacui si allungherà la fila di cittadini ignara della nostra identità storica, se l'impegno professionale nella cultura rimarrà mortificato dalla bizzarria delle scelte politiche che tagliano le gambe ai giovani, avremo perso una battaglia storica. L'Italia scivolerà in fondo alle classifiche internazionali anche nel campo dove avremmo un primato indiscutibile. Questo è inaccettabile. Anche altri Paesi europei, dotati di un patrimonio culturale inferiore al nostro, fanno i conti con restrizioni di bilancio e interessi speculativi. Tuttavia, le nomine ai vertici delle istituzioni culturali vengono fatte con serietà; la cultura sfugge alla rissa politica; gli artisti (penso agli improperi rivolti all'arte povera) non vengono etichettati politicamente; gli enti lirici funzionano senza gli incubi amministrativi, sindacali e finanziari che ne rendono miserabile la vita quotidiana; i musei sono gioielli; le città non sono ammorbate dalla pubblicità invasiva. Francia, Germania, Spagna non sacrificano come facciamo noi ma lamentandoci poi per la prevalenza del tedesco nelle istituzioni di Bruxelles - per ragioni di bilancio gli stanziamenti dedicati alla diffusione delle rispettive lingue nel mondo. Sulla tutela del patrimonio culturale e paesaggistico è stato ormai detto tutto: il problema è il passaggio dal dire al fare. Nell'ansiosa attesa che si affacci all'orizzonte una classe politica capace d'interpretare gli interessi profondi della nazione, ci vuole un recupero del buon senso, un'impennata di fierezza, una volontà di rabbioso riscatto auspicabilmente incanalata attraverso l'incitamento dello stesso presidente della Repubblica per risvegliare la coscienza civile degli italiani, per convincere che la cultura fa vivere meglio e che la bellezza sconfigge la criminalità, per spiegare che una comunità non può esistere senza principi e regole. Università, scuole, comuni, fondazioni bancarie, associazioni (Fai, Italia nostra), imprenditori possono unire le forze per dimostrare all'Europa e al mondo che l'Italia profonda non intende arrendersi al degrado.