Napoli, da ultima, rivendica un ruolo. Ma il settore arretra Venezia, Bari, Matera, Torino, Napoli: tutti contro tutti nella «gara» per essere «Capitale europea della cultura» nel 2013, una di quelle designazioni internazionali che sembrano puramente ornamentali ma celano, in realtà, lucrose corsie preferenziali verso i fondi comunitari, cioè quel poco che resta ormai della finanza pubblica nell'Unione europea. Napoli s'è aggiunta in questi giorni alla lista delle altre città candidate, per un sussulto d'orgoglio (nel pieno imperversare dello scandalo dei rifiuti) della sindaco uscente Rosa Russo Jervolino. E avrebbe qualche numero, perchè nel 2013 il capoluogo campano ospiterà (e questo è assodato) il Forum delle culture, gran caravanserraglio internazionale di spettacoli d'ogni genere, mostre e dibattiti in corso in questi giorni nell'edizione 2010, a Valparaiso. Ma è illusorio pensare che qualcuno possa e sappia coordinare le concorrenti ambizioni delle città: visto che da quando, nel '70, le competenze sul turismo sono passate dallo stato alle regioni, la posizione dell'Italia, nella graduatoria mondiale dei paesi a maggior afflusso turistico, è scesa dal numero uno al numero 6 del 2009. Come dire che non c'è coordinamento che tenga. Sono alcuni dei dati emersi ieri a Capri nel corso di un convegno sul futuro del turismo in Campania, che poi diventa metafora del turismo al Sud, organizzato dall'Unione industriale di Napoli attorno al tema del «marketing dell'esperienza», sviluppato in un saggio di Annamaria Milesi. Ma è stato inevitabile discutere dei problemi del turismo in tutto il Sud, dove nel corso del 2009 (dati Unioncamere riclassificati da Invitalia) s'è avventurato soltanto 1'8 dei turisti stranieri arrivati in Italia: il 92 s'è fermato a Roma, molto più a Nord di Eboli. E dove la spesa di questi turisti è stata ancora inferiore alla loro presenza, perché molti hanno optato per soluzioni mordi-e-fuggi da e per Roma, in giornata, magari il tempo di visitare Pompei, il Vesuvio e tornare indietro. Già, Pompei: uno dei tre o quattro siti archeologici più celebri del mondo, dove però (secondo i rilievi effettuati due anni fa dalla Merrill Lynch per conto di un importante cliente internazionale) è sfruttato appena il 5 per cento delle opportunità turistiche. A dirottare lontano dall'Italia e in particolare dal suo pur decantatissimo Sud è la concorrenza qualitativa ed economica di aree molto belle e molto più economiche: un esempio per tutti la Croazia, che nei soli ultimi cinque anni ha costruito e avviato più porti turistici di tutti quelli che funzionano in Italia. Peraltro l'Italia nulla fa per valorizzare i valori positivi che ancora permeano, sul nostro paese, l'immaginario collettivo dei paesi di prevalente provenienza turistica. Il premier spagnolo Zapatero ha dichiarato in pubblico che il suo piano di promozione punta a fare «il contrario di quel che non ha fatto l'Italia». E a nulla vale se le cose, qua e là, nonostante tutto migliorano, come la delinquenza comune, che ha registrato, stando ai dati del questore di Napoli Santi Giuffrè, cali significativi, a due cifre, di tutti i reati cosiddetti minori: furti d'auto, furti con scasso, scippi, rapine. Non serve se nessuno aggiunge attrattive, servizi, valori. E il neo assessore al turismo della Campania, nonché vicepresidente della giunta regionale, Giuseppe De Mita (sì, il nipote), interpellato sulle iniziative per le prossime festività natalizie, ha chiarito che non pretende con esse di attirare alcun turista. Viva la sincerità, ma allora che ci sta a fare?