Cinquant'anni fa, Giovanni Urbani scriveva che l'arte contemporanea «non richiede maggior sforzo di giudizio che un semplice 'mi piace', o ' non mi piace'». Gli interventi degli ultimi giorni sull'opera di Mimmo Paladino a Palazzo Reale sembrano confermare che quella lucidissima constatazione è ancora pienamente valida: tali interventi, infatti, hanno espresso opinioni rispettabilissime (tutte salvo le gratuite offese a Paladino, che sono invece da respingere radicalmente), ma immancabilmente intonate alla volatilità di un apprezzamento estetico, spinto fino al neoidealismo per cui la «poesia prescinde dalla storia, dalla logica, dall'etica» (così Mario De Cunzo). Ma nella tradizione italiana, e prima ancora in quella classica, l'arte figurativa non è mai stata un fatto privato, né tantomeno un'evasione nella neutralità morale dell'estetica: almeno quanto la letteratura, l'arte ha invece strutturato e rappresentato il pensiero e l'identità civile del nostro Paese. Chi passeggia per le piazze delle nostre città storiche avverte che la bellezza che lo circonda è inseparabile dal senso di cittadinanza, di giustizia e di vita morale che quasi informano ogni pietra e ogni statua. E il discorso sull'arte è sempre stato un discorso sull'interesse pubblico, non sull'intrattenimento privato: una altissima linea plurisecolare che è sfociata nella Costituzione, grazie alla quale la Repubblica «tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». Con nuova solennità, il dettato costituzionale ha dunque riconsegnato alla storia dell'arte il suo antico ruolo: quello di contribuire alla costruzione del futuro tenendo viva e attiva la funzione civile e morale dell'arte del passato. Se, dunque, un'opera contemporanea investe e modifica permanentemente il tessuto storico e artistico di una città e impegna il denaro e il prestigio delle istituzioni pubbliche, il dibattitto non può risolversi in termini impressionistici e soggettivi, ma deve ottenere qualche risposta positiva e qualche assunzione di reponsabilità politica. I più interessanti tra gli interventi hanno rilevato come la scultura di Paladino dovesse forzatamente commisurarsi alla cupola della sala sotterranea del San Carlo, il che indurrebbe a spostare le riserve e gli interrogativi dall'opera dello scultore a quella dell'architetto. Ora, la cosa singolare è che la cupola non è un'antica e ineliminabile preesistenza, ma è un'opera progettata e realizzata contestualmente dall'architetto Elisabetta Fabbri. E non si tratta di una professionista qualsiasi, ma di uno dei nomi su cui Sandro Bondi e Salvo Nastasi hanno puntato di più nella loro (assai discutibile) politica di commissariamento dei più importanti distretti dell'amministrazione dei Beni Culturali: l'architetto Fabbri è stata, per esempio, il commissario del cantiere dei Nuovi Uffizi a Firenze, finché l'esplosione dello scandalo cosiddetto della Cricca ha consigliato al ministro di cambiare strategia. Dunque, le prese di posizione registrate negli ultimi giorni non diminuiscono, ma aumentano gli interrogativi. Ora, è davvero commovente apprendere che il soprintendente Gizzi ha un animo tanto poetico da immaginare i bambini che corrono tra i cavalli di cemento di Paladino, ma non sarebbe male se egli trovasse il tempo di far sapere all'opinione pubblica quali esperti sono stati consultati, quanti alberi sono stati tagliati e perché non sì è pensato ad un concorso internazionale per realizzare questo raffinato parco giochi. O tutta questa etica e tutta questa logica rischiano forse di uccidere la poesia? Tomaso Montanari
NAPOLI - L'opera di Paladino a Palazzo Reale
Cinquant'anni fa, Giovanni Urbani ha affermato che l'arte contemporanea non richiede un giudizio più complesso di un semplice "mi piace" o "non mi piace". Gli interventi recenti sull'opera di Mimmo Paladino a Palazzo Reale sembrano confermare questa constatazione. Tuttavia, gli interventi hanno espresso opinioni rispettabili, ma spinte fino al neoidealismo, che ignora la storia, la logica e l'etica. L'arte figurativa non è mai stata un fatto privato, ma ha rappresentato il pensiero e l'identità civile del Paese. Il discorso sull'arte è sempre stato un discorso sull'interesse pubblico, non sull'intrattenimento privato.
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