Rialzare un chiesa millenaria di 80-90 centimetri trasformando l'impresa in due ore di spettacolo televisivo in mondovisione. E' la proposta che un grande network americano (il nome è ancora top secret) tramite il Consorzio Wylford, ha fatto alla Curia e alla Soprintendenza ai beni culturali di Venezia per sostenere i costi necessari per sollevare sopra il livello dall'acqua alta la chiesa di San Moisè a due passi da Piazza San Marco. Il monumento che per 200 giorni l'anno viene invaso dalla marea, in poco più di cinque mesi di lavoro potrà così mettersi al sicuro in attesa che il sistema Mose diventi finalmente operativo. Lo garantiscono il Consorzio Wylford e che promuove l'iniziativa e la Soles, la società padovana titolare della tecnologia, che ha già fatto una simile operazione a Forlì. «Il via libera della Curia c'è già e i soldi dello sponsor ci sono, manca solo l'autorizzazione della Sovrintendenza, che si muove con molta cautela», ha dichiarato Ezio Siviero, ordinario di Ponti allo Iuav, alla facoltà di architettura di Venezia che segue dal punto di vista scientifico il progetto Rialto che prevede di sollevare anche il palazzo Camerlenghi, sede della Corte dei Conti. «Il progetto che si potrebbe estendere ad altri edifici e porzioni di territorio veneziano rientra tra gli interventi sinergici con il sistema Mose». San Moisè pesa circa 6.000 tonnellate è ha una superficie in pianta di mille metri quadri. Il costo per l'intero intervento di restauro è stimato in circa 8 milioni di curo (di cui 3 solo per il sollevamento). Palazzo Camerlenghi invece pesa 6 mila tonnellate e ha una superficie in pianta di mq 700 mq. Per metterlo in sicurezza e restaurarlo basteranno 4,5 milioni. I proprietari di immobili e gli amministratori locali sono molto interessati all'iniziativa: sollevare un edificio costa 2.500 euro al metro quadro, ma consente il recupero di superfici il cui valore medio di mercato è di 6 mila. Il sollevamento come è già stato dimostrato dalla Soles, avverrà senza toccare le infrastrutture dei palazzi. La soluzione proposta consiste nel costruire sotto l'edificio un «vassoio» di cemento armato nel quale sono alloggiate le guide di decine di pali (fino a 10 per metro quadrato) che verranno infissi profondamente fino a toccare a circa 70 metri la base di caranto che sta sotto il fondale lagunare. Poi, grazie a dei martinetti idraulici controllati elettronicamente, che agiscono sui pali, l'edificio verrà sollevato di 70 centimetri ponendolo a una quota minima di 1,30 metri sul livello medio del mare. In questo modo si renderà agibile il piano terra del palazzo, risolvendo il problema dei magazzini e dei locali tecnici oggi sempre allagati, recuperando anche il basamento dell'ordine architettonico. «Venezia si è sempre adattata all'ambiente e questo sistema che consente agli edifici di adattarsi alle mutate condizioni del territorio sembra fatto apposta per la città», ha affermato Siviero, «I problemi dal punto di vista tecnico sono tutti risolti. Il sistema garantisce la certezza dei costi, il consolidamento definitivo delle fondazioni, il blocco della risalita dell'acqua nei muri, il recupero delle altezze originali degli interni e l'abitabilità dei piani terra. Ma la sfida va ben oltre perché se si rialza l'edificio bisogna pensare anche a sistemare l'ambiente circostante che va ristrutturato e adeguato alle nuove condizioni. Dal punto di vista economico i costi e i benefici interessanti per i proprietari degli immobili. Il progetto pone però un problema urbanistico, legato all'aumento delle cubature fuori terra, inoltre c'è l'aspetto delicato delle relazioni con le proprietà dei vicini che non sono mai facili. Insomma questa tecnologia lancia una sfida che mette alla prova ingegneri, urbanisti, architetti, storici dell'arte, ambientalisti, economisti, amministratori e legislatori. Venezia sarà il campo di prova, se si vince qui».