Le idee Marc Fumaroli, storico e saggista francese, membro dellAcadémie française Koons, dopo Versailles, è stato esposto nella galleria parigina Noirmont. Presto vedremo Murakami esposto nella galleria Gagosian, appena sarà inaugurata a Parigi. E non mancano i musei pubblici dedicati allarte cosiddetta «contemporanea». Nel 1996, ospite dellAmerican Academy a Roma, scoprii che questa abdicazione dello Stato (nel senso europeo) a tutto vantaggio del mercato era un fenomeno in fase avanzata anche in Italia. Allambasciata americana venni presentato alluomo che Romano Prodi avrebbe scelto come ministro dei Beni culturali, Walter Veltroni. Questi, molto calorosamente, mi disse: «Ah! Lautore de Lo Stato culturale! Sono daccordissimo con lei! È luovo di Colombo, non abbiamo il petrolio, ma abbiamo un patrimonio culturale!». Corressi questa lettura arlecchinesca del mio pensiero in unintervista su La Repubblica, ma Veltroni diventò comunque ministro, e inaugurò la deriva commerciale (sfilate di moda e concerti rock al museo), ma anche la confusione semantica tra patrimonio culturale e intrattenimento di massa, luna e laltra rimaste fino ad allora latenti nellespressione italiana «beni culturali», allapparenza più innocente della nostra «affari culturali», ma altrettanto esposta al rischio di sbandamenti in direzione del mercato, mobiliare o immobiliare. Non al punto, comunque, di esporre Damien Hirst a Villa Borghese Da allora, stando a quanto scrive Salvatore Settis nel suo saggio Italia S.p.A, Lassalto al patrimonio culturale (Einaudi, 2002-2005) e nei suoi articoli su La Repubblica, le cose in Italia non hanno fatto che peggiorare. Una legge approvata dalla coalizione di governo berlusconiana ha seriamente danneggiato il principio di inalienabilità del patrimonio nazionale italiano, pubblico o sotto la tutela dello Stato. La resistenza di Settis, e di molti altri schierati al suo fianco sulle pagine dei giornali, è quantomeno riuscita, al momento, a limitare gli effetti dello stereotipo «patrimonio culturale giacimento culturale», un pensiero unico di cui si riempiono la bocca burocrati, organizzatori di convegni e politici di destra e di sinistra. (...) Il problema quindi non si riassume certo in un liberale «mi piacciono» o un reazionario «non mi piacciono» Murakami o Koons sotto i soffitti di Versailles. È qualcosa che chiama in causa la nostra idea dello Stato e di chi lavora per lo Stato, la nostra concezione del patrimonio nazionale e di chi lo conserva, e la nostra filosofia dei rapporti che gli uni e gli altri devono intrattenere con il settore privato e con il mercato della cultura di massa. Lo Stato non ha la stessa vocazione in Francia (e in Italia) e negli Stati Uniti. Settis ha citato un caso eclatante, quello del villaggio di Oraibi, che risale allXI secolo, nella riserva degli indiani Hopi, in Arizona, che è praticamente scomparso in questi ultimi anni nellindifferenza generale, perché non si è trovata una fondazione privata disposta a finanziare la sua trasformazione in ecomuseo. Eppure si tratta del luogo dove il grande storico dellarte Aby Warburg aveva avuto la rivelazione dellultima arte dionisiaca esistente. Il sistema americano dei landmarks, abbandonato agli enti locali e alliniziativa privata, non tiene minimamente conto del contesto storico, urbano o paesaggistico, peraltro infinitamente più rarefatto negli Stati Uniti che nella vecchia Europa. LInghilterra è afflitta dalle stesse carenze, o quasi. Si vantano a ragione i meriti recenti del National Trust, ma si omette di ricordare che la mano invisibile del mercato immobiliare inglese, tra il 1945 e il 1974, ha demolito senza intralci la bellezza di 1153 country houses, spesso di grande valore storico e artistico. Eppure, nessuno espone Tracey Emin alla Frick Collection o al British Museum. In Francia e in Italia, la tutela del patrimonio culturale esiste per educare il suo proprietario collettivo mediante i capolavori. Ciascuno è libero di sbuffare e mettersi a ridere. Tante nazioni, in Europa, in America Latina e in Asia, si ispirano a questo modello, senza riuscire sempre a imitarlo. Il fatto è che nelle due «sorelle latine», malgrado le forti diversità storiche, il sentimento di identità e di appartenenza nazionale, lattaccamento a una memoria storica e alle sue stratificazioni successive sono inconcepibili senza un riferimento visivo, tangibile e inalienabile, a un patrimonio pubblico (e privato, ma sotto tutela pubblica) che quei sentimenti incarnano permanentemente e localmente. Questo patrimonio monumentale e museale forma un tessuto connettivo dove tutto si tiene. Solo lo Stato, con la sua legislazione e il suo personale di esperti certificati e consacrati al bene comune, è in grado di preservare la coerenza, lintegrità, il senso e linsegnamento. Ha tutto linteresse a farlo, essendo questi i fondamenti del legame civico e del sentimento nazionale, alla base dello Stato stesso e importanti quanto la lingua. Lo Stato tradisce se stesso e smantella se stesso se, dimenticando i suoi interessi fondamentali, comincia a vedere il patrimonio che ha il compito di conservare, di accrescere e di far apprezzare e comprendere al maggior numero di persone, nellottica del rendimento economico, della venalità finanziaria e dello sfruttamento a fini diversi dallinteresse civico e pubblico che deve servire. Il denaro non ha odore né patria, ma la poesia, le arti e i ricordi sì. È più che mai necessario rammentarlo oggi. Infatti non si tratta più, come un tempo, di approfondire il sentimento spontaneo di appartenenza nazionale attraverso la poesia, le arti e il ricordo, ma di stimolarlo e coltivarlo fra i nuovi arrivati nella comunità nazionale. È il momento di far giocare allo Stato il gioco surrealista della macchina da cucire e dellombrello sul tavolo dellautopsia? (...) Perché nascondere ai cittadini il fatto che larte cosiddetta «contemporanea», questa immagine di marca inventata di sana pianta dal mercato finanziario internazionale, non ha più niente in comune né con tutto quello che fino ad oggi abbiamo chiamato «arte» né con gli autentici artisti viventi, ma non quotati in questa Borsa? Perché mettere sullo stesso piano un artista come François Morellet, che, invitato al Louvre, studia lo spirito del palazzo e lo abbellisce, e un Koons o un Murakami di cui ci vorrebbero far credere che il loro kitsch, trasportato a Versailles, «dialoghi» con lo sfarzo magnificente di Le Brun, Le Nôtre o Lemoyne? (...) La chiave del malessere attuale è il conflitto di interessi velato che ha indebolito, se non proprio annullato, la distinzione classica fra Stato e mercato, fra politica e affari, fra servizio pubblico e interessi privati, fra servitori dello Stato e collaboratori di uomini daffari. Le considerazioni di estetica, di gusto, di arretratezza e di avanguardia sono soltanto cortine di fumo per dissimulare unoffensiva in piena regola del «business dei beni culturali» (copyright di Salvatore Settis) contro quel poco di buon senso che resta nel pubblico francese e quel poco di senso dello Stato che resta nellamministrazione e nella classe politica francesi. (Traduzione di Fabio Galimberti)