Nonostante gli accorati appelli giunti da più parti, il governo Berlusconi ha definitivamente annientato le politiche culturali C'erano una volta le politiche culturali. Potrebbe essere questa la migliore definizione per descrivere la manovra finanziaria in discussione alla camera. Nonostante gli accorati appelli del mondo della cultura, il governo Berlusconi ha definitivamente annientato le politiche culturali. Non ne ha dismesso alcune, per concepirne altre. No. Non ha ridotto i trasferimenti diretti alla cultura per introdurre strumenti automatici di fiscalità di sostegno. No. Ha semplicemente desertificato. Basta scorrere le tabelle della finanziaria per comprendere che vi sono ben poche speranze di veder in Italia una nuova stagione di investimenti nella cultura. Il Fus, per esempio già portato largamente al di sotto del livello di sussistenza dalla precedente manovra, viene decurtato del 36 per cento, arrivando a 262,9 milioni di euro per il 2011. Un cataclisma di tali proporzioni che lo stesso ministero, nella relazione annuale sull'utilizzo del Fus 2009, ammette che il valore reale del Fondo unico per lo spettacolo è di 174,12 milioni di euro, con un'incidenza sul Pil dello 0,26 per cento, la più bassa negli ultimi 25 anni. In questa dinamica, è facile rintracciare quella che è la concezione delle politiche culturali che ha questo governo. Come non ricordare l'invettiva, di qualche tempo fa, dell'affabile ministro Brunetta contro i «parassiti dei teatri lirici, i furti orchestrali, i cantanti, tutti quelli che erano abituati che a pagare fosse Pantalone», conclusa con l'invito al ministro Bondi di chiudere prontamente il rubinetto del Fus: detto e fatto. Per arrivare poi al Tremonti-pensiero «c'è la crisi, con la cultura non si mangia» sbattuto in faccia al povero Bondi, contrariato per l'ennesimo taglio al suo magro bilancio. Contrapporre redditività e politiche culturali è un errore grossolano, che non ci aspetteremmo dall'acuto ministro dell'economia. La cultura non è solo "rose", può essere "pane", anzi in una prospettiva strategica è una delle poche risorse non de-localizzabili del nostro paese. Una quidditas che nessuno può portarci via, ma che solo noi siamo in grado di disperdere. E non basta il mercato. Ormai tutti lo riconoscono. Risorse pubbliche e private o insieme crescono oppure insieme deperiscono. No, la via italiana allo "sviluppo", decisa dal governo, è un'altra. Accantonare tutte le risorse per il diktat leghista del federalismo fiscale e intanto segare il ramo su cui l'Italia è seduta svendendo e ignorando i pezzi pregiati di questo paese. Da mesi il cinema chiede garanzie sul rifinanziamento delle misure fiscali a suo favore. Al momento, però, dal ministro Bondi sono arrivate solenni promesse, le ultime proprie ieri anche dal sottosegretario Letta, sull'intenzione di ripristinare i fondi per il tax shelter e tax credit, ma, come hanno appreso gli operatori della cultura in questi anni, di buone intenzioni sono lastricate le vie di Villa Certosa. Intanto le risorse per la tutela del patrimonio perdono complessivamente 62,5 milioni di euro. Poco importa se alcuni dei più importanti complessi archeologici italiani, sono in stato di grave abbandono. Tagliamo anche qui, c'è il federalismo fiscale da mettere a regime, altrimenti Bossi chi lo sente. Il governo ha deciso di staccare la spina alle politiche culturali e Bondi nonostante i solenni impegni, sarà il ministro che dovrà purtroppo accertarne il decesso e celebrarne il funerale.