Elusione eversiva del Codice e convergenza viziosa tra stato e regioni: questo il panorama delineato dall'accurata analisi del Rapporto redatto da De Lucia e Guermandi per Italia nostra. Passione civile, consapevolezza del valore del bene comune costituito dal paesaggio, rispetto della Costituzione e delle priorità che essa stabilisce: questi sono i presupposti del recentissimo Primo rapporto sulla pianificazione paesaggistica di Italia Nostra, curato da Vezio De Lucia e Maria Pia Guermandi, vicedirettori di questo sito oltre che consiglieri nazionali dell'associazione. Sarà utile ragionare sui moltissimi spunti che ne emergono, ma voglio subito sottolinearne alcuni elementi. Il rapporto colma un vuoto informativo e di analisi che risale almeno alla fine degli anni Ottanta: dalla legge Galasso in poi, infatti, nulla è stato fatto da chi avrebbe dovuto per verificare gli esiti di quella legge in termini di efficacia del governo del territorio; e nulla, a maggior ragione, si conosce, a quasi tre anni dall'approvazione del Codice dei beni culturali sull'efficacia del nostro sistema della tutela del paesaggio. Esso costituisce il primo organico tentativo di uscire da questa situazione di omertà informativa. Questo obiettivo di per sè, oltre a costituire un sicuro pregio di questa iniziativa, evidenzia quella che rimane una delle tragiche carenze del nostro apparato normativo. Le leggi spesso sono eccellenti, come del resto lo stesso Codice, sotto il profilo della costruzione giuridica, ma incapace di presidiare la propria efficacia attraverso i necessari strumenti: tra questi, un sistema di monitoraggi indipendenti. A chi ricorda il passato, lo stesso avvenne per la legge dell'equo canone, che completò nel 1978 il disegno dell'intervento pubblico nel settore della casa, e che avrebbe dovuto essere sottoposto a una verifica annuale da parte del governo e del parlamento nazionali. "Elusione" è il termine che meglio di ogni altro sintetizza la vicenda della pianificazione paesaggistica in Italia. Salvo rarissime eccezioni (il rapporto non ne enumera più di due) le regioni o non si sono dotate affatto di piani paesaggistici, oppure si sono limitate a piani a carattere prevalentemente descrittivo, rinunciando alle proprie competenze di programmazione su area vasta per demandarle ai livelli amministrativi inferiori, praticamente senza controlli. Anche quelle (Emilia Romagna, Marche, Umbria) che si erano dotate, in adeguamento alla Galasso, di una pianificazione efficace e prescrittiva, ne hanno via via "ammorbidito" l'impianto, talora fino a stravolgerlo. Né le cose sono andate meglio per quanto riguarda l'altro attore coinvolto, lo Stato. Questo, attraverso il Ministero beni culturali, era chiamato dal Codice a un rilancio della pianificazione che, per la prima volta nella storia legislativa italiana, coinvolgeva direttamente nel governo del territorio i rappresentanti della tutela. Eppure, come il rapporto testimonia, è questo attore che sta sostanzialmente affossando l'operazione di copianificazione. Ciò accade sia per un'intrinseca debolezza politica e culturale del ministero, certamente non adeguato a svolgere i compiti cui lo chiamava il Codice, ma soprattutto perchè (come testimoniano gli ultimi documenti ufficiali richiamati nel rapporto) è stata dichiaratamente ribaltata la gerarchia costituzionale sancita dall'art. 9, che proclamava la prevalenza delle ragioni delle tutela del patrimonio culturale e del paesaggio su qualsiasi altra: ha prevalso invece il "contemperamento" di tali ragioni con quelle dello "sviluppo", e di quel particolare "sviluppo" teso alla devastazione del territorio.. Il guaio è che su questa di elusione eversiva, i cui passaggi sono lucidamente indicati nel rapporto, Stato e regioni stanno trovando una convergenza viziosa che mina la pianificazione del paesaggio in Italia non solo nei tempi e nei metodi, ma negli stessi contenuti. Il documento di Italia nostra non è solo una denuncia pessimistica: come affermano gli autori, indicando alcuni percorsi sui quali lavorare, "la vicenda della copianificazione paesaggistica non può essere abbandonata nel novero delle battaglie perdute". Anche perché la devastazione raggiunge livelli incredibili. Mentre rileggo queste pagine, giungono le notizie di una vera e propria guerra in Campania. Drammatiche, ancor più delle immagini degli scontri, le dichiarazioni delle popolazioni di Terzigno e dei paesi vicini: "Essere civili non serve". A quei cittadini che lottano per preservare il loro territorio, sconvolto anche perchè Stato ed enti locali assieme hanno, per primi, tradito l'art. 9 della Costituzione, si rivolge innanzi tutto l'appello contenuto in questo primo rapporto sulla pianificazione paesaggistica: sasso di civiltà lanciato contro l'illegalità che ci governa.
Eddyburg
25 Ottobre 2010
Chi ha paura dei piani paesaggistici?
ED
Edoardo Salzano
Eddyburg
Riassunto in 200 parole:
Il rapporto "Primo rapporto sulla pianificazione paesaggistica" di Italia nostra analizza la situazione della pianificazione paesaggistica in Italia. Il rapporto denuncia l'elusione eversiva del Codice dei beni culturali e la convergenza viziosa tra Stato e regioni. Le regioni non hanno implementato efficacemente i piani paesaggistici, e quelle che lo hanno fatto hanno via via "ammorbidito" l'impianto. Lo Stato, attraverso il Ministero dei beni culturali, non ha svolto i compiti assegnatigli dal Codice.
Artista / Persona
Bene culturale
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