Intervista. Il ministro è in libreria con il volume «Un liberale alla cultura. Polemiche e prospettive», che tratta della condizione attuale del settore di sua competenza e della sua visione «Fra i non molti fattori di crescita che l'Italia ha nel futuro, c'è il patrimonio artistico e storico» La condizione attuale e il destino del patrimonio artistico e culturale dell'Italia, ma anche la visione del ministro preposto alla sua tutela e alla sua valorizzazione nell'attuale governo, è il contenuto del libro di Giuliano Urbani, ministro per i Beni Culturali, Un liberale alla cultura. Polemiche e prospettive. Conversazione con Paolo Conti (Rizzoli, pp. 147, euro 16). Così il ministro Urbani ha risposto alle nostre domande. -Di recente ha minacciato di rassegnare le dimissioni per il taglio del 25 delle spese correnti del suo ministero. Quale quota del Pil l'Italia destina al suo immenso patrimonio culturale e quale gli altri principali Paesi d'Europa? «Un onesto e leale dibattito con i colleghi ministri ha fatto sì che la risposta politica del governo, alla fine, rispecchiasse quelle che erano le mie richieste. Era impensabile sottrarre risorse ad un settore strategico per il Paese, che già non gode di finanziamenti adeguati. Basta considerare che l'Italia destina ai beni culturali lo 0,17 del Pil, contro lo 0,33 della Germania o lo 0,35 della Spagna. C'è però un concetto che mi sto impegnando ad affermare in tutto il Paese: il patrimonio artistico e storico ha un ruolo centrale per il rilancio dell'economia italiana. Occorre capire che fra i non molti asset che il nostro Paese ha nel futuro, ci sono i nostri beni culturali. L'Italia non produce materie prime, non può puntare come i Paesi dell'Oriente sul basso costo della manodopera, ma certamente nessuno potrà copiare i nostri capolavori artistici. Non solo. La cultura è anche l'humus che alimenta la straordinaria vitalità del nostro design, della nostra moda, della nostra architettura. Questo non è un problema che riguarda il bilancio di un ministero, ma è una sfida per il Paese su cui tutti siamo chiamati a riflettere.» -Due anni fa si gridò alla privatizzazione selvaggia dei ben i d'interesse cu l-turale in Italia. Vuole tratteggiarci la reale disciplina di questi beni nel nostro Paese? «Dal primo maggio è in vigore il Codice dei beni culturali e del paesaggio, che stabilisce in maniera inequivocabile i limiti all' alienazione del demanio pubblico, stabilendo una severa e rigorosa procedura per identificare quei beni di interesse storico, ar tistico o archeologico non soggetti a vendita. L'agenzia del demanio e la direzione per i beni architettonici e il paesaggio stanno esaminando attentamente le valutazione delle soprintendenze, un'opera che porterà finalmente al primo reale censimento del patrimonio culturale italiano.» -La polemica raggiunse il calar bianco quando venne prevista l'introduzione del silenzio-assenso delle soprintendenze nel termine di 30 giorni per la cessione d'un bene culturale o ambientale... «Misura alla quale mi opposi fermamente. Difatti ora il termine previsto è di 120 giorni, un tempo più che adeguato per valutare quei pochi casi d'incertezza che hanno superato il filtro dei vari controlli. Fermo restando che, se il bene è vincolato, anche quando viene dichiarato alienabile, non potrà essere destinato ad usi non consoni alla natura dell'opera.» -Quali sono a suo avviso le innovazioni più importanti del nuovo Codice dei beni culturali? «Il Codice dei beni culturali e del paesaggio realizza uno degli impegni più importanti per un liberale che fa politica: ridurre le leggi, aiutare i cittadini a orientarsi nella babele delle norme e dei regolamenti. Lo abbiamo fatto con il Codice, che tra l'altro rafforza la tutela, rende possibile l'impegno dei privati nella gestione, chiarisce le competenze dello Stato e quelle degli enti locali e per la prima volta considera il paesaggio un bene culturale.» -In cosa consiste il progetto Agenore? «Si tratta di un'iniziativa avanzata ai colleghi europei nel corso del semestre a presidenza italiana dell'Unione. Si propone di realizzare uno strumento disponibile in rete che esalti le singole culture in un quadro unitario: un vero e proprio catalogo aggiornato su internet dei caratteri originali che contraddistinguono la civiltà europea, individuati da ogni Stato nella propria cultura nazionale. Un modo per arrivare a valori comuni e condivisi, base fondamentale di un'autentica unione solidale.» -Buona parte dei musei d'Italia ha i magazzini pieni di opere d'arte. Come intende valorizzare questo ingente patrimonio pressoché sconosciuto? «E' importante una premessa fondamentale. Tutti i maggiori musei del mondo dispongono di magazzini in cui sono momentaneamente conservate parte delle opere di cui sono proprietari. Sottolineo il momentaneamente: spesso sono in magazzino per restauro o perché, sebbene di interesse scientifico, non meritano di essere visibili al pubblico a scapito di opere ben più importanti. Ogni museo ruota con regolarità le opere in magazzino con quelle in esposizione, cambiando i percorsi di visita e suggerendo nuove interpretazioni. Ciò non toglie che i nostri più importanti musei abbiano problemi di spazio. E' per questo che quattro grandi realtà conosceranno nei prossimi anni un radicale intervento di rinnovamento e ampliamento: gli Uffizi a Firenze, le gallerie dell'Accademia a Venezia, la pinacoteca di Brera a Milano e il museo egizio a Torino. Questi musei verranno raddoppiati negli spazi, avranno migliori strutture di servizio e accoglienza, potranno esporre molte più opere, per il godimento dei cittadini e dei turisti.» -Che esiti sta dando la partecipazione fra pubblico e privati nella gestione dei musei? E' una formula valida anche per altre realtà? «Il privato collabora proficuamente con il pubblico nella valorizzazione del patrimonio culturale fin dal 1993, con l'introduzione della cosiddetta legge Ronchey. Un'esperienza che ha consentito di innovare l'accoglienza nei nostri musei e siti archeologici, con la concessione della gestione dei servizi di ristorazione, audioguide, bookshop eccetera. Ora siamo pronti a nuove sfide. E' per questo che con il codice dei beni culturali e del paesaggio è stata estesa la possibilità di partecipazione dei privati, tramite le fondazioni e lo strumento della gestione in concessione.» -Che sostegno vorrebbe dare al teatro ed alla lirica in Italia? «Il ministero destina risorse ingenti al settore. Solo con il fondo unico per lo spettacolo, teatri di prosa e enti lirici beneficiano per il 2004 di 337.055.000 euro, 6.381.000 euro in più rispetto al 2003. Un investimento importantissimo, che vogliamo legare sempre di più alla qualità delle produzioni. Occorre molta attenzione ai contenuti e al modo in cui vengono presentati, perché il pubblico è sempre più attento e coltivato.» -Quale risulta essere lo stato del patrimonio artistico a Verona? «La città scaligera è ricca di monumenti e di opere straordinarie. E' per questo che ho voluto, con la riforma del ministero, istituire a Verona una soprintendenza per il patrimonio storico, artistico ed etnoantropolpgico, che affiancherà la già esistente soprintendenza per i beni architettonici e il paesaggio nella tutela dei beni culturali della città. Il provvedimento è stato firmato il 28 settembre e sarà pienamente operativo dopo la registrazione della Corte dei Conti. Un grande riconoscimento ad una città fra le più affascinanti d'Italia.»