Cosa raccontano gli ultimi scavi della città apula Il tempio sull'acropoli e le terme. La vita nel tardo-antico e nel medioevo. Con tante fornaci per l'edilizia, in cui finirono statue pagane e lapidi La prova del crimine è ora una piccola testa di bambino in marmo, forse il volto di un Eros con i riccioli ricavati con il trapano e i boccoli che gli cadono sul collo. È stata ritrovata nei giorni scorsi ad Egnazia - sito archeologico tra i più importanti di Puglia - accanto a una «calcara», nelle vicinanze della Basilica episcopale. È questo reperto, databile al D secolo dopo Cristo, un indizio stringente della pratica perpetrata tra il V e VI secolo dai vescovi e dalla curia egnatini. I prelati della cittadina (accomunati dai moderni studiosi nell'unico nome superstite: quello di Rufenzio, che partecipò al concilio di Roma nei primi anni del 500 dopo Cristo) dettero avvio a un vasto piano di revisione edilizia di Egnazia; e per ricavare calce non esitarono a frantumare statue e basoli bianchi che lastricavano la via Traiana; e a calcinarli appunto nelle calcare, le grandi fornaci per bruciare sassi. Così gli dei finirono in polvere e... calce. Quanto - c'è da domandarsi - è andato così perduto del patrimonio apulo e poi romano di Egnazia? Qui di calcare ne sono state trovate varie dai giovani archeologi dell'Università di Bari, capitanati da Raffaella Cassano (tra i tanti: S. Fioriello, G. Mastrocinque. M. Cuccovillo...). L'équipe conduce indagini nel sito archeologico presso Fasano dal 2001, per il progetto «Egnazia: dallo scavo alla valorizzazione», che ha liberato e reso più leggibili varie parti della città al confine tra l'antica Peucezia e la Messapia: la grande piazza con il rione produttivo; la basilica episcopale; le terme che si elevano ancora con i locali per il frigidario, il calidario, i prefurni, gli spogliatoi ecc.; la chiesa paleocristiana e le strutture con tombe nella zona Pennagrande, dove si è scongiurato il pericolo di un moderno complesso balneare... Infine il tempio sull'acropoli che sta rivelando una stratificazione eccitante: da un luogo di culto databile al VI secolo a. C. con la stoà (il porticato sacro) a quello voluto in età repubblicana - di cui ha conservato il sacrificio propiziatorio presso la soglia - e poi risistemato in età imperiale, fino alla riformulazione nel tardo-antico, cui - e questo è emerso negli ultimi recentissimi scavi - seguì a una sistemazione medievale (XI secolo) con edifici su basamenti molto vasti e a riempimento e pareti in legno e in argilla: le casupole medievali che attorniavano la torre di presidio, il castrum intorno a cui si era arroccata la residua popolazione di Egnazia. Tra l'argilla, si sono ritrovati frammenti di vasi di ceramica invetriata, con decorazioni che rimandano alle produzioni dai Balcani; due singolari spilloni di osso e frammenti di lucerne e di vasellame a bande strette arancioni e brune confermano la frequentazione medievale sospettata dai rinvenimenti sporadici emersi negli scavi de11965-66 condotti da Biancofiore. Anche davanti al tempio è apparsa una maestosa calcara, a doppia ghiera, ancora ricolma dei frammenti di sassi bianchi sistemati nella fornace, che sotto l'azione del calore si sarebbero frantumati e avrebbero fornito buona calce per nuovi edifici. Quando questo forno fu riempito e poi, stranamente, abbandonato? Due monetine di bronzo ritrovate sulla colmata rimandano alla metà del IV secolo e agli inizi del V. È la stessa epoca cui datano anche le due calcare delle terme. L'edificio termale -che andrebbe datato al III secolo d. C. - più di un secolo dopo conobbe l'abbandono, dovuto senza dubbio anche alle rigidità della morale cristiana che vedeva nei «balnea» luoghi di peccato e rilassatezza. L'autorità religiosa dovette intervenire per dismetterle; come d'altronde provvide a gettare nelle calcare le statue di marmo in frammenti e i cippi funerari; e a sotterrare volti degli dei pagani e busti di leoni nei terrapieni delle nuove strade. Le terme nel V secolo furono mutate in quartiere produttivo. Il delizioso cortile con portico a colonne doriche fu distrutto e i rocchi, gli architravi e i capitelli furono reimpiegati nella nuova sistemazione costruttiva. In un vano sono stati trovati ancora cumuli di calce ma anche di conchiglie frantumate: utili per amalgamare i pavimenti in «cocciopesto». Che le conchiglie pestate venissero commerciate, è testimoniato dalle numerose monete riemerse in sito. Egnazia sotto il governo dei presuli stava conoscendo una nuova fioritura. II porto a due anse e la via Traiana agevolavano una piccola ripresa economica e i commerci anche con l'altra sponda. I resti di cenere ritrovati nei forni delle terme (studiati dalla bio-paleontologa Angela Stellati) rivelano l'importazione di legni non presenti in Puglia, dal pino silvestre "nigra» al faggio. Servivano per l'edilizia; finirono ad alimentare i forni. Queste sono le recentissime novità. Che aiutano maggiormente a comprendere e a riscrivere la storia di questo lembo di Puglia. Un racconto in divenire e - com'è sempre per i luoghi della memoria - non solo da scoprire con reperti eclatanti, ma anche da approfondire, tutelare e mostrare correttamente. Su questa volontà di tutela e valorizzazione si tiene oggi una giornata di studi a Fasano. Tutela: oggi a Fasano un convegno Si tiene oggi, martedì 26 ottobre a Fasano, presso il Teatro Sociale (ore 10-13) la giornata di studio su «Politiche culturali e archeologia». Dopo i saluti istituzionali del sindaco Pasquale Di Bari, di Massimo Ferrarese, presidente Provincia di Brindisi, Fabiano Amati e Angela Barbanente, assessori regionali, seguiranno gli interventi della soprintendente Teresa Cinquepalmi, di Raffaella Cassano, di Giorgio Rocco e di Antonio d'Itollo. Seguirà la visita al parco archeologico e il buffet, con il saluto della direttrice Angela Cinquepalmi. Nel pomeriggio a Selva di Fasano (Tenuta Monacelle) interverranno Davide Maria Dioguardi, Vincenzo Caputi Jambrenghi, Enza Rodio, Stefano De Caro (direttore generale per le antichità del Mibac), Pier Giovanni Guzzo (già soprintendente di Puglia e quindi di Napoli e Pompei) Ruggero Martines (direttore generale per i Beni culturali di Puglia). Le conclusioni sono affidate a Corrado Petrocelli, rettore dell'Università di Bari.