Monte di Dio, ecco il tunnel reale riaperto da volontari Da pagina 1 NAPOLI Dalle nicchie dei rifugi antiaerei illuminate da lampadine da 12 volts all'acquedotto del Carmignano abbellito con volte di mattoncini e malta e tufo per il gusto di Ferdinando II di Borbone, decorando «ponti» sotterranei che volano sulle più antiche cisterne, tunnel studiati e ristudiati dall'architetto Errico Alvino (dal 1854) prima per farne una doppia corsia per sei metri d'altezza per uomini e cannoni, poi una sola per carrozza, quindi per la sola cavalleria e infine per la fanteria e naturalmente per il Re che poteva così spostarsi velocemente dal Palazzo Reale al Monte Echia o al Chiatamone e al mare con le sue milizie sempre a portata. Il ritrovato tunnel borbonico aperto ufficialmente ieri per opera di una giovane associazione, Borbonica Sotterranea, aiutata (per l'impianto elettrico) dalla Banca Popolare di Milano, è un corridoio di segni e testimonianze dal Settecento alle notti del '40-'44 quando, se non le sirene delle navi del porto, erano le stesse bombe ad avvisare i napoletani di rifugiarsi in queste ampie gallerie, a 25 metri sotto il livello stradale. Per i rifugiati le pareti di enormi cisterne erano imbiancate di continuo, per rendere meno angoscianti le lunghissime permanenze e gli unici manufatti crollati da allora sono gli imponenti barbacani che furono sistemati a chiusura davanti alle uscite dei pozzi, perché in una occasione, nel '42, un bombardiere americano centrò proprio un pozzo e l'ordigno fece strage nel rifugio sotterraneo. Invece nel Carmignano, allora come oggi, gli operai che si calavano in cisterna scendendo da piccoli solchi scavati nel tufo dei pozzi subivano incidenti di continuo, risalendo, stanchissimi, al termine della dura giornata di lavoro. Il gruppo di speleologi e appassionati di Borbonica Sotterranea nelle cisterne più grandi, fra i detriti, ha trovato croci e un bassorilievo religioso dedicato a Santa Barbara, protettrice contro i fulmini e le morti improvvise e violente. Percorrendo fino alla fine il tunnel anche nel tempo, verso il cantiere del parcheggio Morelli confinante sfilano carcasse di moto e d'auto sequestrate ai primi contrabbandieri, alcune schiacciate da incidenti durante le fughe e senza i sedili posteriori per fare spazio alle merci contrabbandate, i tabacchi. E poi i resti di un mausoleo fascista finito in pezzi dedicato ad un comandante della marcia su Roma, Padovani Aurelio, che presentò Mussolini alla città al San Carlo nel '22, e subito dopo fu dimissionario dal partito fascista per ben tre volte, morì nel crollo di un balcone, in via Orsini, qualche anno dopo. Cinque anni di duro lavoro di pulizia e risistemazione per aprire l'ingresso in via del Grottone 4 (traversa di via Gennaro Serra a Monte di Dio) ad opera di un gruppo di volontari istruiti e guidati da una squadra di esperti, Gianluca Minin e Enzo Di Luzio, Paolo Sola e Marco Ruocco, che hanno fatto salti mortali per procurarsi bobcat e quanto era necessario a rendere i tunnel un museo. E c'è spazio anche per l'educazione ambientale: gli speleologi hanno voluto lasciare ingombro e in vista un antico pozzo traboccante di detriti dell'edilizia e spazzature d'epoca per documentare l'inciviltà di superficie. L'ingresso del percorso della durata di 50 minuti con visite guidate è oggi solo da via del Grottone grazie ad una scala del '700 in materiale resistente di pomice emalta realizzata per consentire ai "pozzari" di accedere all'acquedotto e liberata dai detriti in sei mesi. Il secondo accesso è al parcheggio di via Morelli e sarà aperto nei primi mesi del 2011 a conclusione dei lavori. Dall'ingresso da via Morelli saranno aperte le visite anche alle persone con difficoltà di deambulazione, gran parte del percorso è privo di barriere architettoniche.