Sono stato due ore dentro la Scala ritrovata. A me pare un'ottima notizia che questo cantiere sia in fase di chiusura. Ho visto smontare i ponteggi in via Filodrammatici, accendere in prova il grande lampadario di platea, lucidare i pavimenti di legno, fissare la seta rossa alle pareti dei palchi. Mette allegria l'idea che in due anni tutto sia tornato a posto da quella voragine di detriti, che dietro la facciata intatta dell'edificio del Piermarini aspettavano l'appuntamento con l'italica incapacità di ricostruire dopo aver abbattuto. Quando il teatro aveva chiuso per il trasloco in periferia, il provvisorio, che sempre diventa definitivo, si accampò malinconico nel mio taccuino. Il mio immaginario di cronista ha uno scaffale folto di slittamenti. Tutto il resto, le polemiche sul restauro, i diversi pareri sulle singole scelte, i costi, la filologia dei ricordi e dei particolari, appartiene al metabolismo di Milano. A me colpisce la stravaganza felice dell'esito globale, un appuntamento rispettato. Si era detto: «Arnvederci a Sant'Ambrogio del 2004», e a Sant'Ambrogio la cìttà ritroverà il suo luogo più amato e famoso, divenuto ora senza strappi una macchina modernissima di spettacolo dentro il guscio antico. Non mi interessa il colore dell'amministrazione che ha vinto la scommessa, non è rilevante il ritorno propagandistico della partita. Questo restauro non è virtuale come un sondaggio, è una cosa che è andata bene a Milano. E' un fatto che appartiene a tutti. Sarebbe dimostrazione di debolezza politica sminuire il senso di questa conclusione di fatica. Albertini, che mi fa da guida nel lungo giro, è visibilmente soddisfatto, e io non vedo perché dovrebbe destare invidia. E' andata bene. Altre cose non vanno altrettanto bene, a giudizio degli oppositori. Ma che senso ha negare questo successo? Senza timore di avvolgersi nella retorica, lui sostiene che «deve esserci un Dio per i sindaci coraggiosi» e cita Erostrato, l'incendiario di Efeso cui rischiava di assomigliare millenni dopo, se il meccanismo burocratico - giudiziario - edilizio si fosse bloccato, dopo che erano state smontate tutte le parti del gioiello. «Se ci fosse ancora Indro...». Nella nostra conversazione il nome di Montanelli è tornato quattro volte, la nostalgia per il grande giornalista è affettuosa e interessata, a Indro era piaciuto questo milanese efficiente e asciutto, ne aveva apprezzato il taglio impolitico, lo stile da amministratore di condominio e quel parlare esatto, un po' aulico, di ex allievo del liceo dei gesuiti. Gli ha lasciato in dono, andandosene, la mitica Olivetti Lettera 22, cui i lettori italiani debbono le migliori pagine del giornalismo contemporaneo. E' esposta come una reliquia in Palazzo Marino, accanto alla scrivania del sindaco. Montanelli non avrebbe esitato a festeggiare la Scala ritrovata e si sarebbe complimentato senza avarizia con l'uomo più votato di uno schieramento che non sopportava. Ne sono convinto. Durante il giro abbiamo parlato a lungo del paradosso Albertini, una formula che funziona alla Scala, che ha chiuso in attivo il bilancio dei depuratori, ma che parrebbe avere smarrito la simpatia di parte di un'opinione che Montanelli coglieva al volo, con il suo intuito di rabdomante dei desideri della gente. Via via che di piano in piano, di corridoio in corridoio, visitavamo la nave della musica quasi pronta da riparare, il sindaco elencava i motivi di altre soddisfazioni, il termovalorizzatore Silla 2, il completamento del tratto urbano del Passante ferroviario, la cablazione della città («negli annunci economici del Corriere del 1904 si leggeva: Affittasi appartamento, dotato di acqua corrente. Oggi l'acqua corrente è l'informazione via cavo, arrivata in ogni casa»). Eccetera eccetera. E allora perché, con tanti eccetera, l'aria non è più quella del tempo degli elogi di Indro? Albertini si ferma: «Montanelli diceva che sono antisistemico. La politica professionale, l'élite mediatica che le è contigua, la rappresentanza aggregata degli interessi hanno oggi un atteggiamento diverso... Ma la città ha superato molti motivi del disagio, dalla cui eliminazione partì nel 1997 il nostro lavoro. Se avessimo potuto fare le privatizzazioni programmate, se avessimo così potuto attingere a una diversa disponibilità finanziaria per la spesa corrente e per i grandi lavori... Nel primo mandato ci giovammo di un nuovo senso comune, la gente sentiva l'esistenza condivisa di una linea etica, che vorrei definire fontanelliana. Poi qualcosa si è inceppato nella condivisione, forse appartiene al mio stile l'incapacità di rendermi simpatico a tutti, di ingraziarmi ogni commento... Ma quei cinquecentomila milanesi che mi hanno voluto qui sanno che ho lavorato e lavoro per loro». Tutti quei voti sono una nostalgia evidente. Ma il parlamentare europeo Albertini, da poco eletto per Strasburgo, non sottovaluta il suo nuovo zoccolo elettorale. Torniamo a parlare della Scala. Il 4 novembre cominciano puntuali le prove per l'opera dell'inaugurazione, «L'Europa riconosciuta» di Antonio Salieri. Il titolo è propizio, Salieri non è Mozart, Strasburgo non è Milano. Ma il 7 dicembre Salieri sarà desiderabile quanto Mozart e Milano certamente, grazie alla Scala ritrovata, sarà grande capitale d'Europa.