E perché non sulle Dolomiti? Perché in Sardegna, nell'Anglona? Se nel passato la violenza contro la bellezza e gli sfregi al paesaggio potevano essere tollerati in nome di un insensato progresso, come un prezzo da pagare, oggi che la sensibilità per la conservazione dell'ambiente e della natura è tanto cresciuta sembra incredibile che piccole comunità vengano costrette a patire l'insulto di una aggressione senza precedenti, in nome dell'energia pulita. Uno sfregio fatto di lunghe file di turbine eoliche. Nella indifferenza o nella impotenza dello Stato e dei governi regionali, alcuni luoghi vengono aggrediti per la sola determinazione di sindaci ignoranti e abbagliati da promesse insensate, quando non comprati. Così, pensando di passare inosservati, i distributori di questa droga avvicinano amministratori deboli di Paesi remoti, in regioni di economia più povera, come il Molise, la Basilicata, alcune zone della Campania e la Sardegna, appunto. Non osano proporsi dove cime più alte ed economie più forti producono una resistenza a occupazioni coloniali del territorio che sconsacrano la luminosità di siti bellissimi, in cui le popolazioni avvertivano la montagna come una divinità muta e protettiva. Questa dimensione sacra è violata senza che nessuna vigilanza consenta quella elementare tutela che privati avveduti e sapienti hanno garantito, ben più delle pubbliche amministrazioni. Così ecco, nel cuore della Sardegna, parallelamente al poco lontano itinerario del Romanico, che va da Sant'Antioco di Bisarcio alla Trinità di Saccargia, sulla strada fra Tempio Pausania e Sassari, un coro di sindaci, da Nulvi, a Ploaghe, a Tuia, a Bortigiadas, a Viddalba, ha consentito, con incosciente animo grato, che i profili di montagne e colline fossero trasformati da questa fioritura di peli superflui, minacciosi all'orizzonte, là dove l'uomo non aveva prima osato. Forse la provincia di Sassari non merita lo stesso rispetto della provincia di Belluno? La città che ha espresso, in vari decenni, una classe dirigente che ha governato l'Italia, da presidenti della Repubblica fino all'attuale ministro dell'Interno, è considerata terra di conquista per imprese che perseguono il profitto senza scrupoli e senza alcuna preoccupazione di sfigurare terre sino ad ora incontaminate. Il Presidente della Regione Sardegna, Renato Soru, è più intransigente di me: non può consentire che la perseguita e scellerata autonomia delle amministrazioni locali abbia un dominio incontrastato e sfiguri il patrimonio di tutti. Né può essere questione che non investa l'interesse nazionale lo stravolgimento del paesaggio sardo, quando proprio la bellezza naturale della Sardegna costituisce la sua principale ragione d'attrazione. Quali sono i fondamenti della tutela, oggi che la sensibilità pare cresciuta, se non si riescono a stabilire principi che a nessuno sia consentito di violare? Il ministero per i Beni culturali ha una strana idea della vigilanza: mentre appare indifferente a questi scempi, si accanisce per impedire che un privato esponga un quadro di sua proprietà. Altro è ciò che noi vogliamo dallo Stato: il rispetto del privato che ha coscienza del bene collettivo, non la censura dell'amministratore pubblico che specula su ciò che non gli appartiene.