Una casa-museo nel centro della città e unaltra sede a Milano: il mondo di una donna che lavora 24 ore su 24 per scoprire talenti e vendere opere Volevo essere soltanto una collezionista, ma alla morte di mio marito ho dovuto fare di necessità virtù: e ho iniziato, un po malvolentieri... A Parigi conobbi Joseph Kosuth: ne fui attratta perché le sue citazioni per me erano incomprensibili. Al ritorno, lo chiamai e facemmo una mostra a Napoli: tutte le sue opere furono vendute Vendere unopera è offrire agli altri unidea. Ho sempre guardato prima allartista e poi al mercato, per me gli artisti sono come dei compagni di viaggio verso la conoscenza... Dicono di lei che ha fatto un patto col diavolo. Dicono anche che per lei il diavolo veste Prada. Stesso carisma satanico di Miranda Priestley, leditor di moda internazionale capace con il solo sguardo di far cadere le tazze di cappuccino dalle mani delle giovani collaboratrici. Lia Rumma è una gallerista tra le più famose al mondo, la cui storia parte da Napoli. Una donna da cui si possono imparare come da nessun altro cose come il lavoro "h 24". La incontri che si trucca nella toilette di un aeroporto: viene da notti insonni di vernissage a un altro fuso orario o da infinite trattative per attirare in scuderia un artista di grido. Ti può insegnare poi il legame a filo doppio con lartista: per il gallerista lautore dellopera da vendere è come un figlio da indirizzare e vezzeggiare. E da ospitare anche a casa propria, se necessario. Ecco allora la dimora-galleria: quella di via Vannella Gaetani, alla Riviera di Chiaia, dove il privato sconfina nel pubblico perché tanto si lavora a tutto tondo. E quella di Milano, dove con un atto di forte volontà Lia Rumma "emigrò" mettendo lusso e rabbia in valigia. Napoli va a corrente alterna, quanto ad arte contemporanea. Lei la lasciò in un momento di vuoto. «Gallerista sono diventata per caso e in principio malvolentieri. Dopo la morte di mio marito nel 1970 ho dovuto fare di necessità virtù. Volevo essere solo una collezionista come lo erano stati i grandi mecenati del passato». I primi tempi furono da "pane e cipolla". Bisogna sgomitare per aprirsi un varco. Colleghi che certo non aiutano. Artisti che diffidano. Collezionisti che devono essere invogliati. Con quali argomenti? Sacrificio e capacità di convincere. «Marcello Rumma, mio marito, salernitano, mi iniziò allarte. Nei pochi ma intensi anni che ha vissuto, ha operato una vera rivoluzione culturale nel sud. Collezionista e scopritore di talenti artistici, sponsor di una mostra sullarte povera con nomi come Pistoletto, Mario Merz, Giulio Paolini, passata alla storia agli Arsenali di Amalfi. Marcello in quei momenti mi è mancato molto». Lia Rumma ha fatto per la prima volta la valigia proprio allora. «A Parigi in una galleria giovane - racconta - ho visitato una piccola mostra di Joseph Kosuth. Non lo conoscevo e le sue citazioni filosofiche scritte con i neon, che sarebbero state installate tanti anni dopo anche in piazza Plebiscito, per me erano incomprensibili. Fui attratta da questa cosa proprio perché non la capivo. Ciò che ha a che fare con il pensiero ha da sempre un fascino su di me. Ho chiamato al telefono lartista e abbiamo fatto una mostra a Napoli. Tutte le opere vendute». Intuito, avventura e scommessa. Le regole del gallerista vincente. Le due facce di Lia, quella razionale e lirrazionale, un po magica. In un periodo buio la Rumma ha incontrato il suo angelo Clarence e come nel film di Frank Capra cè stata uninversione di tendenza. «Per acquistare la prima casa-galleria, ho dovuto accendere un mutuo. A fatica stavo dietro il pagamento delle rate e la banca mi faceva sentire il fiato sul collo. Ma un giorno è venuto a trovarmi uno dei più importanti collezionisti italiani. Non dico il nome; non so come approdò da me. «Signora - esordì - ho girato il mondo ma ora sono qui da lei perché mi hanno detto che ha un occhio speciale per larte». Io allora gli domandai: «Che cosa non ha, nella sua collezione?» Rispose: quadri di Schnabel. Combinazione ne avevo proprio due appena comprati in America. Ma non li avevo esposti, li tenevo in camera mia. Quando li vide, mi chiese il prezzo. Io fui evasiva, dissi che non erano in vendita. Lui allora mi salutò. Ma nellandarsene insistette: "Mi faccia sapere il prezzo di quelle due tele". Era venerdì. Tornò il lunedì seguente, di mattina. "Gliele vendo", dissi. Ma con quelle doveva portar via anche un altro lavoro. Ero io a condurre il gioco. E il bello è che lui me lo lasciava fare. Accettò. Con quellassegno ho riscattato la casa e sono partita a gonfie vele». Molte opere dalle sue mostre sono passate nelle sale di grandi musei. Un grande aereo di piombo di Kiefer, presentato a Napoli nel '92, si può vedere al San Francisco Museum. Dello stesso autore tedesco allHangar Bicocca di Milano, altro colpaccio della Rumma: "I Sette Palazzi Celesti" attirò visitatori da tutto il mondo nel 2004 e ne attrae ancora, in esposizione permanente. Alcune opere di arte povera sono alla Tate Gallery, e grazie a lei un artista italiano difficile come De Dominicis è al Moma di New York. La lista dei nomi è lunga come il tempo che Lia Rumma ha dedicato al lavoro. La sua carriera viaggia verso il mezzo secolo. Unicona dellarte come Alberto Burri, quel Kosuth incontrato a Parigi, il Kiefer dellaereo di piombo, il misterioso De Dominicis, e più recentemente limmaginifico William Kentridge e Vanessa Beecroft che questanno Lia ha voluto performer nel Mercato Ittico di Luigi Cosenza a Napoli. La sua città, una vecchia speranza che ritorna. E se vuol dire qualcosa la scelta reciproca tra artista e gallerista, si deve tener conto anche del rapporto di lavoro con un guru dellimpegno politico espresso in arte come Alfredo Jaar, quello del Rwanda Project, dei genocidi in Africa e alle frontiere dellemigrazione, lartista che ha lavorato sulla retorica dei media e sulla capacità dellumanità di rigenerare sentimenti. Il cileno Jaar, nato sotto Pinochet, e gli altri, sono stati e sono di casa, a Napoli e a Milano. Qui, dopo la galleria Rumma di via Solferino aperta alla fine degli anni Novanta, da questanno cè un palazzo-museo di quattro piani che la gallerista si è fatto progettare con il roof garden. «Vendere unopera darte è offrire agli altri unidea - pensa e dice Lia Rumma - Ma unidea bisogna elaborarla, coltivarla, farla propria. Ho sempre guardato prima allartista e poi al mercato. Per me gli artisti sono come dei compagni di viaggio verso la conoscenza».