Il segretario generale dei Beni, Roberto Cecchi, anticipa le nuove regole per una pubblicità «più intelligente» sui monumenti Roma. Il caso è esploso l'estate scorsa a Venezia per i megacartelloni pubblicitari della Coca Cola che coprivano Palazzo Ducale e il Ponte dei Sospiri. Ha protestato il Fai, il Fondo Ambiente Italiano e una archistar come Norman Foster ha scritto una lettera appello, subito firmata anche dai direttori dei più grandi musei del mondo. Il problema, però, non è certo nuovo e se l'ultimo fatto eclatante ha riguardato Venezia, va ricordato che la polemica sulle maxi pubblicità va avanti da mesi a Firenze come a Roma e Milano. E da anni ormai la pubblicità tracima dalla televisione e imbratta le strade, avvolge i tram, spesso nasconde chiese e monumenti. Ma, soprattutto in tempi di crisi, come fare a non ricorrere alle sponsorizzazione per i necessari restauri? Anche al ministero dei Beni culturali hanno, però, convenuto che occorre, quanto meno, un po' più di misura e sobrietà. Occorrono, «criteri più coerenti e adeguati», ha concordato il ministro Sandro Bondi. E ha incaricato il direttore generale per le arti e l'architettura, Roberto Cecchi, che del ministero è anche il segretario generale, ovvero il vertice amministrativo, di stilare un regolamento, una sorta di decalogo. «I punti qualificanti della regolamentazione? Se li potessimo esprimere in termini generali - afferma Roberto Cecchi - sarebbero quelli di fare della pubblicità un po' più intelligente». Tradotto in esempi concreti, si tratterebbe di non limitarsi «alla realizzazione di superfici per esporre prodotti, ma trovare delle formule attraverso le quali si valorizza anche l'oggetto: ad esempio il logo della ditta messo accanto al monumento, all'edificio di cui viene sponsorizzato il restauro». Una strada che verrà già percorsa per i prossimi restauri al Colosseo. «Sul monumento non sarà possibile affiggere dei manifesti se non nelle parti molto basse, cioè nel primo ordine. Parti visibili - spiega il sottosegretario ai Beni culturali, Francesco Giro - ma certamente meno impattanti, meno invasive. Sarà poi possibile mettere il logo della ditta su tutti i biglietti che vengono emessi: circa sei milioni di visitatori l'anno. Quindi, davvero non poco». E ancora: «Sarà possibile per lo sponsor filmare in esclusiva i lavori di restauro e organizzare visite molto contingentate degli spazi in cui si stanno svolgendo i lavori». Ma anche il sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, ci tiene a difendere il suo operato. E spiega: «A Venezia ci sono 3500 palazzi vincolati dal ministero dei Beni culturali. E in questo momento circa mille sono interessati da un'opera di restauro interno o esterno. Di questi, in tutta Venezia, soltanto sei sono parzialmente coperti da pubblicità: pubblicità che contribuisce sostanzialmente al loro restauro conservativo». E poi, precisa ancora: «Non sono consentite pubblicità di fumo, alcolici, nudi, minori e l'oggetto della campagna deve essere idoneo al luogo che la ospita». Tutti questi criteri e accorgimenti verranno inseriti nel regolamento che sarà pronto, annuncia Roberto Cecchi, tra qualche mese. Il punto è: non si può proprio fare a meno delle pubblicità? La presidente del Fai, Ilaria Borletti Buitoni, propone di far pagare piuttosto un pedaggio a chi visita le città d'arte. Ma il direttore generale Cecchi replica secco: «Non è il momento di pedaggi. Non mi pare sia il momento di riproporre tassazioni». E anche il sottosegretario Giro afferma che le sponsorizazzioni sono necessarie, «perché servono risorse». E ripete: «Vanno fatte con criterio, fissando dei tempi molto precisi, tre, quattro mesi, ma certo anche gli sponsor hanno le loro esigenze e non gli si può dire, ti mettiamo dei francobolli». Il sindaco di Venezia tira fuori le cifre. «Per restaurare l'intero patrimonio della città, occorrerebbe oltre un miliardo e 794mila euro, oneri esclusi. Il contributo che arriva dai comitati per la salvaguardia di Venezia, circa 200 mila euro l'anno negli ultimi cinque anni, che è certamente importante, è solo una goccia in mezzo al mare».