Una lunga e documentata inchiesta di Roberto Ippolito punta l'indice su uno dei più odiosi scandali di casa nostra. Che ogni anno costa miliardi (in meno) di introiti Da anni si sa che il nostro è un Bel Paese ricco di arte ma povero di investimenti. Ora un libro ci dice che il livello di allarme è stato superato. E i turisti ci abbandonano E' un libro che confesso quasi non sono riuscito a finire di leggere. Sconsiglio vivamente di leggerlo prima di andare a letto. Ti fa talmente vibrare di irritazione che finisci per perdere il sonno. Non è solo lo scempio della bellezza a far rabbrividire. A non potersi mandare giù è soprattutto la abissale stupidità di chi si fa male da solo contro i propri interessi. Roberto Ippolito - l'autore - è uno che sa mettere il dito nella piaga. Lui lo fa sperando di svegliare il paziente e spingerlo a curarsi. Ma a volte sembra che l'infezione sia così avanzata che il paziente preferisce continuare a far finta di niente. Il paziente è l'Italia, ed è un caso in cui talenti, ricchezze, potenzialità, sviluppo, sono gettati letteralmente alle ortiche. Le denunce di queste pagine mi colpiscono ancor più nel profondo di quanto possano aver fatto La Casta di Stella e Rizzo o Evasori, la precedente opera di Roberto Ippolito. Quei due libri toccavano portafogli, privilegi, onestà, giustizia: questioni profonde che mostrano la cancrena morale che ha attaccato il nostro Paese spingendolo su una spirale di degrado che va in profondità, non riguarda pochi soliti potenti approfittatori ma taglia trasversalmente tutta la società. Ma sì, ci può essere di peggio anche rispetto a queste cose. C'è qualcosa che colpisce ancor più nel profondo. Qualcosa che continua a riguardare portafogli e moralità, ma che riguarda anche identità e persino intelligenza. Il Bel paese maltrattato, «Viaggio tra le offese ai tesori d'Italia» (Bompiani, 308 pagine. 18,00) è un lungo e drammatico elenco di alcuni degli affronti che stiamo compiendo contro il nostro patrimonio culturale: degrado, abbandono, abusivismo, distruzione, tutto a scapito della nostra stessa identità, ma anche della possibilità di realizzare guadagni da quello stesso patrimonio. E questa la follia che fa toccare il fondo: non solo roviniamo o lasciamo andare in rovina i nostri beni più cari, più preziosi, quelli che ci dicono chi siamo, ma oltretutto lo facciamo andando persino contro ogni logica di interesse. Perché la scelta non è tra cultura e guadagno, ma tra cultura che fa guadagnare da un lato, e dall'altro rovina che porta miseria. E da che parte ci schieriamo noi? Roba da matti. Qualche dato ricordato da Ippolito per mostrare come non sia romanticismo parlare dei beni culturali. Il solo settore culturale in senso stretto vale in Italia il 2,6 del Pil, mentre cultura e turismo sommati valgono il 12,5 (ma in Spagna e Grecia è superiore al 16 del Pil). Ma alla cultura lo stato destina sempre meno, appena lo 0,21 del bilancio. Prima al mondo per il numero di siti inclusi nella lista dell'Unesco dei patrimoni dell'umanità, nel 1970 l'Italia era prima al mondo per numero di turisti stranieri accolti. Tra il 1990 e il 2000 risulta al quarto posto, nel 2005 al quinto come nel 2008, dietro Francia, Spagna, Stati Uniti e Cina, e per il 2020 le previsioni dell'Organizzazione mondiale del turismo la fanno retrocedere al settimo posto superata da Gran Bretagna e Hong Kong (!). Negli ultimi anni il numero di turisti stranieri appare in costante diminuzione (esempio i giapponesi, passati da 2,17 milioni nel 1997, a 1,5 nel 2007 a 1 milione nel 2009), nonostante il taglio dei prezzi. Persino gli italiani viaggiano di meno per l'Italia, preferendo l'estero. Il World Travel and Tourism Council rileva che sebbene tutto mostri le potenzialità perché il peso del turismo in Italia possa teoricamente crescere, in realtà le previsioni preannunciano la discesa dell'Italia nella classifica mondiale del Pil nel settore turistico dal settimo posto del 2009 al nono del 2019, e il crollo degli investimenti dal quinto posto del 2009 all'uscita dai dieci maggiori stati nel 2019. Il Country Brand Index, che misura l'immagine degli Stati, arretra l'Italia dal quinto al sesto posto nella capacità di attrazione internazionale e dal secondo al quinto per la seduzione esercitata dal patrimonio storico. Il sistema museale italiano, frammentato e trascurato, ma complessivamente infinitamente più ricco di qualunque altra realtà al mondo, fattura 104 milioni di euro a fronte degli 800 del solo Louvre. Il ritorno commerciale del patrimonio artistico degli Stati Uniti è circa 16 volte quello italiano, e il ritorno dei beni culturali della Francia e del Regno Unito è tra 4 e 7 volte quello italiano. Il turismo poi è anche produttore di prestigio (se i turisti sono soddisfatti o persino ammaliati come dovrebbe essere) e quindi volano del made in Italy, con ulteriori seri benefici economici al più ampio raggio. Non è quindi vero che non possiamo permetterci di tutelare il nostro patrimonio culturale, è semmai vero il contrario: non possiamo permetterci di non tutelarlo. Eppure lo stiamo gettando alle ortiche. Il campionario dei casi da far accapponare la pelle è infinito. «Non c'è un episodio che mi ha colpito più degli altri», ci confida l'autore, già giornalista della Stampa e poi direttore della comunicazione di Confindustria e delle relazioni esterne della Luiss. «Quello che più colpisce è la mancata comprensione della gravità di questi fatti. Come se ci fossimo assuefatti. Certo, potremmo individuare un'immagine simbolo con l'abusivismo sulla Regina Viarum, l'Appia Antica, assediata da case abusive a destra e sinistra a Giuliano alle porte di Napoli, senza dimenticare che ci sono duemila case abusive anche nel parco protetto dell'Appia antica a Roma, e persino un supermercato». L'abusivismo è una delle piaghe maggiori che affligge l'Italia. Nella ricerca di Ippolito compare continuamente, con un senso di impotenza che evidenzia come a fronte di continue nuove costruzioni senza alcuna regola (e per questo oltretutto molto pericolose) si riesce a volte a censirne una minima parte, ma se si tratta poi di abbattere o rimuovere gli abusi, allora le autorità sono pressoché impotenti, quando non apertamente conniventi. Ischia è un caso disperante, e questo nonostante i lutti, con frane che hanno colpito qui come in tante altre parti, ad esempio a Messina. In Sicilia è stata registrata una domanda di sanatoria dell'abusivismo ogni 6,5 persone. Sulla costa calabrese è stato stimato un abuso ogni 134 metri. Il Centro di ricerche economiche, sociali e di mercato per l'edilizia e il territorio nel 2009 ha stimato che in quell'anno le abitazioni illegali sono una ogni dieci costruite: 27 mila su 281 mila. E poi i paradossi: la caserme dei carabinieri e persino della Guardia Forestale dichiarate illegali costruite dentro le aree protette che devono proteggere, e tante altre opere irregolari di proprietà pubblica. Un altro dei drammi principali che affliggono il patrimonio culturale italiano è la mancanza di manutenzione, spesso diretta conseguenza della mancanza di fondi. Ippolito dedica interi capitoli ai diversi malanni che colpiscono giorno dopo giorno le ricchezze italiane, minacciate dall'acqua in tutte le sue forme (pioggia, umidità, alluvioni, allagamenti...), dalla vegetazione che si insinua e spacca i materiali più antichi come quelli più resistenti, persino dagli animali: i topi di biblioteca, ma topi veri come sottolinea l'autore elencando casi di preziosi archivi e depositi di quadri, di libri e di pellicole devastati da topi veri in zone dove non si è pensato a mettere neanche un gatto. «Non c'è grande differenza tra nord, centro e sud» spiega Ippolito. «Certo, conta anche il contesto esterno, il degrado diffuso che circonda e assedia i beni culturali, e in questo il sud purtroppo è più indietro. Abbiamo tutti sotto gli occhi troppi esempi di meraviglie uniche al mondo trascurate e assediate, come Pompei o anche Paestum. Ma anche il nord ha i suoi orrori, a volte paradossali: penso a Brera, dove da 40 anni non si riesce a trovare una soluzione e tantissime opere di primo piano giacciono in cantina». Il caso di Brera è clamoroso: la pinacoteca resta tra i luoghi culturali più visitati d'Italia, ed è uno scrigno di meraviglie teoricamente molto ricercato anche dai turisti stranieri. Ma poi la realtà concreta e quotidiana è un'altra, e cioè è una eterna ed irrisolta disputa con l'Accademia di Belle Arti, disputa che nonostante i ripetuti annunci di soluzione non ha mai avuto fine. Il palazzo di Brera è diviso fra l'Accademia e la Pinacoteca, e il progetto decennale di realizzare una Grande Brera dando altri locali all'Accademia non è mai riuscito ad attuarsi. Nel frattempo le opere esposte sono ammassate in condizioni precarie, ma molte di più, e tutt'altro che prive di pregio, giacciono pericolosamente negli scantinati. E questo nel cuore di Milano. Di casi così ce ne sono a centinaia, e ogni italiano ha sotto gli occhi il suo pezzo di degrado. E in qualche modo ne è responsabile. Perché davvero sembra che non reagiamo più di fronte a questi scandali, e che ci siamo rassegnati a credere che ogni soldo speso per la cultura sia superfluo. Ma la cultura non è superflua. Può anzi essere produttiva. E comunque è la radice di roccia e di colore con cui è costruita la nostra identità. È la linfa che ci ha fatto essere come siamo. Se la lasciamo sbriciolare è come se facessimo scivolar via il sangue dalle nostre vene. Eppure... «Il nemico da combattere è l'assuefazione afferma Ippolito - siamo troppo abituati a vedere che intorno a noi le cose possono tranquillamente andare male. Dobbiamo avere la capacità di indignarci e reagire». Mi chiedo cosa si possa fare, se neanche la crisi economica spinge l'Italia a valorizzare ogni possibile fonte di ricavo, se non riusciamo a capire che l'investimento nel patrimonio culturale non è una spesa ma un guadagno: «Parlare serve garantisce l'autore - senza dubbio, serve denunciare, sperando di suscitare reazioni e scuotere coscienze. Persino sul dato economico sono pochissimi consapevoli di quanto il turismo sia andato indietro, di quanto ci costino i conti spropositati che ogni tanto qualche ristorante fa finire sui giornali, non siamo consapevoli che i giornali stranieri raccontano che in Italia il passato va in polvere, non ci rendiamo conto di quanto perdiamo. Io stesso avendo compiuto questa perlustrazione a così ampio raggio posso serenamente dire di essere cambiato». Mi sembra inspiegabile come gli italiani siano così incoscienti da trascurare il loro bene più prezioso, qualcosa che può anche essere redditizio. La spiegazione che ci illustra Ippolito è verosimile, e disarmante: «Sicuramente c'è innanzitutto una scarsa comprensione di quante ricchezze abbiamo. Siamo troppo abituati alle ricchezze di cui disponiamo. Ma quella ricchezza va anche conosciuta, amata, curata, rispettata. esaltata. Invece che imparare a fare questo si è al contrario andata diffondendo una cultura dell'incultura. Cui si sommano interessi economici di piccolo cabotaggio, la negligenza, scale di valori personali e locali che non hanno alcun senso in una visione più ampia eppure si affermano. E c'è il non percepire cosa può significare davvero il mettere a frutto questo patrimonio culturale, o al contrario cosa davvero significa il perderlo. Direi che il degrado esterno dei nostro patrimonio culturale è un po' lo specchio di un nostro degrado come società: credo che abbiamo bisogno di dedicarci innanzitutto al nostro bagaglio interiore, alla sua ricostruzione, in modo da poter agire sul bagaglio fisico che punteggia il nostro Paese». Ma qualcosa di positivo, qualcosa da cui ripartire c'è? "Dobbiamo essere coscienti anche che ci sono moltitudini di gente che lavora, ci mette il cuore, attenzione, impegno per risultati a beneficio di tutti. Sono lavoratori e anche una valanga di volontari. Anche questa è una nostra ricchezza, ma i volontari non possono supplire al 100 all'impegno pubblico. È una vocazione bellissima ma che non giustifica la ritirata dello Stato". Il privato può essere la soluzione? «Il privato ha un ruolo importantissimo, può attivare sviluppo di risorse attraverso un impegno serio, concordato, regolato. Ma anch'esso non basta. Anche perché dev'essere chiaro che i Beni culturali e paesaggistici non sono il fattore economico di per sé, ma nel territorio attorno possono davvero attivare uno sviluppo economico molto forte». Siccome vorrei riuscire a dormire nonostante i mal di pancia provocati da questa sfilza di crimini quotidiani, provo a chiedere: c'è ancora speranza? «La speranza ci deve essere sempre. Proprio il constatare quanto la bellezza è diventata bruttezza può farci aprire gli occhi. Per questo ho concluso chiamando l'ultimo capitolo"Volersi bene". C'è però bisogno che ci impegniamo tutti e molto». Sottoscrivo. Cominciamo.
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