La prossima campagna elettorale sarà incardinata su un confronto sul nuovo piano urbanistico, non ci sono dubbi. La domanda di trasformazione e di rinnovamento di questa città è troppo forte e trasversale per non entrare con prepotenza tra i punti prioritari dell'agenda dei futuri candidati a sindaco di Napoli. Ma è anche molto probabile che nei prossimi mesi si dovrà subire l'insopportabile retorica sull'urbanistica e sul piano, rilanciata inevitabilmente dalla ciclicità elettorale. La stessa retorica che ha costituito per anni il paravento alle inefficienze e ai ritardi della pianificazione; una retorica basata su un linguaggio specialistico e incomprensibile ai più, che ha reso sempre più vaga e meno impegnativa la responsabilità delle amministrazioni verso i cittadini, nel realizzare gli impegni assunti, nel dare corso a un progetto di città e del suo futuro. Il Prg è stato inteso tradizionalmente come strumento onnicomprensivo, l'origine di tutti i mali e al contempo il motore di ogni aspettativa, un dispositivo dotato di capacità taumaturgiche che, oltre alla trasformazione fisica della città, avrebbe dovuto definire le condizioni del suo sviluppo economico e sociale. Il mix micidiale della sovrastima delle sue potenzialità e della sostanziale incapacità di gestione dell'ordinario, hanno fatto del Prg il simulacro del fallimento della pianificazione. Come dimostra la storia più recente, dove il piano urbanistico non è riuscito a essere il volano dello sviluppo territoriale in assenza di un uso lucido e programmatico di efficienti politiche urbane, oltre che economiche e sociali, per sostenerne e accompagnarne l'attuazione. Questo è il punto, come dimostra una realtà ben diversa, almeno fuori da Napoli - perlopiù fuori dall'Italia - che vede l'urbanistica come settore strategico di innovazione e di sviluppo della società contemporanea, frutto di un processo in continua evoluzione, capace di ridefinire continuamente le visioni, di attivare progetti, di orientare investimenti per il rinnovamento urbano con altissime competenze amministrative, gestionali, tecniche. Un'urbanistica, quella europea, che - nei casi virtuosi - ridefinisce, riallinea continuamente quadro di regole e assetto territoriale tenendo al centro un punto programmatico essenziale: incrementare quel bene pubblico vicino a tutti i cittadini che è, in un'accezione larga e comprensiva, l'abitabilità della città. Le contrapposizioni tra flessibilità e rigidità del piano, l'insostenibile conflitto tra regole e progetti, il rapporto dialettico tra i livelli di pianificazione, nel contesto napoletano sono appunto retoriche che non vanno al centro dei problemi della città, della sua società, della sua amministrazione. Il candidato sindaco, per sfuggire da queste retoriche, dovrebbe rispondere - in termini programmatici - almeno a tre domande. 1. Qual è l'idea di città che nei prossimi anni si intende mettere al lavoro per Napoli? Quale asL setto del territorio la città vuole darsi per affrontare la sfida post-fordista della competitività globale? Quale ruolo e quale spazio avranno in questo assetto i settori della produzione, del terziario e della nuova economia, quale i flussi commerciali e turistici? Di conseguenza, quale sarà il destino delle aree dismesse e interstiziali (compreso il patrimonio pubblico e demaniale) che riguardano le aree a Est e a Ovest di Napoli, il suo waterfront? 2. Qual è la strategia che si pensa di attivare, con quali risorse e in che tempi, per migliorare le condizioni dell' abitare a Napoli? Quali politiche per le periferie e per l'housing sociale, per la rigenerazione delle parti più marginali della città e dei tessuti storici? Quali sono, in tal senso, le azioni prioritarie? 3. Quale politica è necessaria per avviare, agevolare e gestire nuovi progetti di trasformazione urbana, rilanciando qualità architettonica e ambientale come indicatori fondamentali, e utilizzando il capitale privato come volano per sviluppare e innovare il mercato delle trasformazioni con l'obiettivo di fondo di incrementare le dotazioni dei beni pubblici della città e dei cittadini? Sono questioni di metodo, che inesorabilmente richiamano alcuni settori specifici della città e coinvolgono alcuni problemi cruciali che vedono parti della società in grande sofferenza. Le risposte non sono univoche, né scontate: sarebbe importante che queste risposte si cercassero anche attraverso un dibattito rinnovato nei toni e nelle forme, in grado finalmente di vedere al lavoro nuove idee, coinvolte nuove competenze, ascoltate e attive nuove generazioni. Questo potrebbe essere di per sé un risultato non banale per ricominciare a progettare un futuro per Napoli. L'autore è docente di Urbanistica nella Facoltà di Architettura dell'Università Federico II