Delle 170 tombe che tra 2003 e 2005 sono state rinvenute in via Belle Arti si è appena iniziato il restauro di alcuni materiali lignei, quelli più esposti al degrado. Per il resto tutto è ancora in attesa di restauro e in mostra potrà vedersi solo qualche pezzo di nobile fattura come fibule auree e bronzetti, che non hanno necessitato di sistemazione. Idem per l'enorme mole di reperti dissepolti in Fiera di cui sono disponibili solo alcuni corredi funerari. Perché anche per la Soprintendenza Archeologica i fondi sono talmente risicati che quanto restituiscono le viscere della città è destinato a rimanere perlopiù stoccato in attesa di ripulitura, esibizione e anche pubblicazione. «Oggigiorno spiega con rammarico il soprintendente il nostro ufficio non finanzia più gli scavi che sono a carico degli enti o dei privati che quando costruiscono e si imbattono in resti di antiche civiltà, devono pagare anche l'archeologo che conduce il loro recupero. Solo che non esiste un regolamento, non c'è un albo degli archeologi e noi non abbiamo personale sufficiente per condurre le ispezioni». La pianta organica prevede 150 persone ma a disposizione Malnati ne ha un centinaio scarso: «Per blocco del turn-over e anche perché in tutta l'Italia del Nord gli uffici statali non sono appetiti. Chi vince il concorso preferisce vivere in realtà con un costo della vita inferiore a quello delle grandi città come Bologna». Una volta recuperato, in maniera più o meno stentata, il millenario patrimonio, resta comunque, come detto, il problema della sua fruibilità «perché è ancora Malnati non si può chiedere a chi si è sobbarcato il costo degli scavi, di finanziare anche il restauro del materiale». Così il rischio è quello che, tolto dalla terra, il nostro passato finisca nuovamente sepolto, ma dalla polvere dei magazzini.