Tra invettive e budget zero il critico presenta i progetto per il suo Padiglione Italia: tabula rasa delle esperienze precedenti e una ricognizione degli artisti fatta sul territorio Vittorio Sgarbi, fra varie invettive, presenta la sua idea di «Biennale». Una ricognizione degli artisti fatta da pensatori speciali, mostre nelle regioni e all'estero. Migliaia gli invitati al banchetto, ma non c'è budget Dev'essere accaduto qualcosa, durante l'estate, nella mente di Vittorio Sgarbi. Perché mesi fa, annunciando il suo modello di Biennale, fresco di nomina ministeriale in qualità di curatore del padiglione Italia, sfoderava una idea che funzionava su per giù così: premesso che tutta l'arte è contemporanea, da Giotto in poi, meglio allestire un padiglione vuoto con al centro Mantegna o Saturnino Gatti, pittore abruzzese che lavorò fra la fine del Quattrocento e il primo decennio del Cinquecento, ingiustamente dimenticato dalla storia. Casomai, all'interno, si può inserire un libro con gli indirizzi di alcuni artisti italiani. Nel corso del tempo però, quel padiglione si è affollato all'inverosimile di abitanti, si è espanso e ramificato in tutta la penisola (25 i capoluoghi cui «comanderà» mostre e, a giudicare dalle facce di alcuni soprintendenti presenti in conferenza stampa, lo farà a insaputa dei diretti interessati che probabilmente hanno già in cantiere la loro programmazione), sconfinando pure all'estero, tramite gli istituti di cultura (ben 89, che inviteranno pittori, scultori, fotografi, videoartisti, designer «made in Italy», lì residenti). Cosa è successo? Che Sgarbi, intrappolato in mille cariche - anche se la Corte dei Conti lo ha sospeso da quella di soprintendente speciale al polo museale di Venezia, ne restano diverse altre - ci ha ripensato e ha deciso di fare una ricognizione dettagliata sul campo. In fondo, causa sovrabbondanza di incarichi, scorrazza già dalla Sicilia alla Laguna, senza particolari problemi. Il periodo preso in considerazione è quello che va dal 2001 al 2011, il decennio apocalittico che - a detta del critico e storico dell'arte - si apre con una delle migliori immagini invidiate da qualsiasi creativo: l'abbattimento delle Torri Gemelle con «la gente che vola giù». Ma siccome lui è troppo bravo (testuale in conferenza) e fa cose troppo pregevoli per essere comprese dai più, tanto da venir continuamente accusato di essere «uno che odia l'arte contemporanea dalla cretina di turno», ha anche deliberato che il padiglione Italia non lo curerà. Al suo posto, ci saranno dei segnalatori speciali, «duecento pensatori» - da Arbasino a Aldo Busi passando per Tahar Ben Jalloun, Furio Colombo, Elisabetta Rasy, Giovanni Sartori, fino al regista Ozpetek - che sceglieranno chi ospitare in quello spazio della Biennale che, oltretutto, ha raddoppiato i suoi metri quadrati, arrivando a seimila. Un detective, uno Sherlock Holmes in collegamento con il passato, imprevedibile, lo definisce il sottosegretario ai beni culturali Francesco Giro, mentre il ministro Sandro Bondi, dopo aver sottolineato la corrispondenza dell'evento con le celebrazioni per il 150 anniversario dell'Unità d'Italia, ha dovuto lasciare la sala precipitosamente per andare a votare in parlamento. Peccato, avrebbe potuto rispondere a qualche domanda sui tagli e sui musei a rischio, ma in serata c'è la televisiva platea di Ballarò. «Basta con il sistema mafioso dell'arte dettato dal mercato. Dove sta scritto che uno è bravo perché alza un dito (il riferimento è, naturalmente, a Cattelan, ndr)?». Bisogna riconsegnare il palcoscenico a personaggi trascurati dalla storia, come il ceramista Federico Bonaldi o il designer Luigi Caccia Dominioni, sostiene con foga Sgarbi (si accalora, urla ma non è in un dibattito pubblico né in tv e nessuno lo sta attaccando...). E insieme a loro, offrire la scena ad almeno mille e duecento artisti. Poi, arrivano a pioggia le invettive (domenica sera ha dato della «capra» anche alla giornalista di Report che gli contestava l'ubiquità e l'accumulo di cariche) contro - nessuno escluso - i suoi predecessori: la maggior parte di loro attrezzano ospedali, sale di rianimazione dell'arte (Celant e Bonito Oliva, per esempio). Il Maxxi (di cui però è supervisore agli acquisti) è «cimiteriale», morto per suicidio perché «come fa a essere moderno se ha in programma una monografica su Michelangelo Pistoletto?». Risultato della tabula rasa ordinata dal neocuratore: un'orgia di presenze da rintracciare sul territorio, regione per regione, con l'aiuto dei galleristi, mercanti privati che segnaleranno i loro artisti. E qui Vittorio Sgarbi, trascinato dal fiume in piena delle sue stesse parole, entra in confusione: non aveva appena lanciato un anatema contro le leggi del mercato che riducono l'arte a un accessorio utile solo per il profitto, alla faccia della cultura e di chi veramente vale ma rimane sconosciuto e non entra nel gotha? Dice anche che il denaro pubblico non è tutto, anzi, proprio niente in confronto a ciò che possono dare gli sponsor, poi corregge il tiro e si scaglia contro i tagli governativi «che sono sbagliati, soprattutto se orizzontali». Dove proprio i soldi latitano, si può risolvere così: il conto delle mostre lo possono pagare gli artisti che sono ricchi e guadagnano milioni con le loro opere. Sgarbi afferma provocatoriamente che l'arte contemporanea può vivere di spiccioli, non serve molto. C'è sempre la Mercedes che può coprire i buchi. Lui, intanto, è convinto di avere un milione e mezzo di euro per la sua Biennale «italiana» (quella internazionale è curata dalla svizzera Bice Curiger) più il milione devoluto da Frattini per andare all'estero. Eppure Mario Lolli Ghetti, direttore generale per paesaggio, belle arti, architettura e arte contemporanea gela subito l'ottimismo: quei soldi non sono ancora stati stanziati. Il padiglione dal grande appeal mediatico, vernissage il 4 giugno 2011, al momento, è senza budget.
Venezia 2011. La Biennale arte multi-Sgarbi. Il padiglione del caos italiano
Vittorio Sgarbi, critico e storico dell'arte, presenta la sua idea per il prossimo Padiglione Italia alla Biennale di Venezia. Il suo progetto prevede una ricognizione degli artisti fatta da pensatori speciali, mostre nelle regioni e all'estero, senza un budget specifico. Sgarbi ha deciso di non curare il padiglione Italia, ma di lasciare il compito a 200 segnalatori speciali che sceglieranno gli artisti da ospitare. Il progetto è stato accolto con scetticismo e critiche, con alcuni accusando Sgarbi di voler ridurre l'arte contemporanea a un mercato.
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