Cosa si nasconde sotto i muri di mezza Italia? Ecco, a Siena tiri giù una parete e trovi un arco con affreschi molto ben conservati, quindi di qualità più alta degli altri lì attorno degli stessi autori, Meo di Pero e Cristoforo di Bindoccio. L'anno è il 1370, la cultura, quella di fine secolo a Siena dove si intrecciano le esperienze di Francia, miniatura, scultura, oreficerie, con le tradizioni più antiche. Così i due artisti mostrano, ad esempio netta bella testa del S. Ambrogio, nella sottile intelaiatura dei trafori del marmo, netta scansione degli spazi, i loro modelli: non «l'ouvrage de Lombardie», tantomeno i modi ormai arcaici di Ambrogio Lorenzetti, ma proprio l'arte dell'Ile de France, quella civiltà gotica che a Siena, in quegli anni, molto più che a Firenze, domina la scena artistica. Da qui muoverà la pittura tardo-gotica, diciamo da Gentile da Fabriano in poi. Restiamo a Siena, è cronaca recente: sui muri, finora nascosti, della sottochiesa nel Duomo, un intelligente lavoro ha proposto a tutti gli studiosi un complesso di affreschi eccezionale che ridisegna la storia dell'arte di Siena rispetto a Firenze, dove Duccio è presente in prima persona con una pittura che muove dal pathos espressivo detta rinascita comnena e dalla rappresentazione patetica dei codici, o forse dette pitture, di fine V o inizi del VI secolo. Ma allora, davvero, che cosa si nasconde dietro gli intonaci di mezza Italia? Il nostro, che è stato di gran lunga il Paese più ricco di stratificate esperienze, che ha sempre rispettato le pareti antiche anche perché servivano da supporto ai dipinti a fresco ulteriori, è una miniera unica in occidente, potenzialmente quasi inesauribile. Lo sappiamo, le indagini a volte non hanno ancora dato frutti, come nel caso dei due grandi dipinti di Leonardo e di Michelangelo a Palazzo Vecchio a Firenze, con le battaglie di Anghiari e di Cascina; del resto Raffaello alle Stanze Vaticane o Michelangelo nel Giudizio Finale alla Sistina hanno coperto, o forse distrutto, Piero della Francesco e decine di altri capolavori della grande civiltà quattrocentesca toscana, umbra, lombarda. Naturalmente nessuno oggi staccherebbe Raffaello per cercare quello che magari è stato scalpellato, ed è impossibile penetrare coi raggi x sotto l'intonaco. Ricordiamolo, a Firenze, nel dopoguerra, Ugo Procacci ha realizzato una campagna di stacchi scoprendo a volte, proprio sotto pitture barocche comunque conservate, importanti dipinti del '300 o del '400 e ritrovando quasi sempre notevoli sinopie. Dunque sarebbe possibile organizzare un grande progetto nazionale di ricerca per indagare il sistema delle pareti delle nostre chiese e dei più antichi castelli, quelle scialbate prima, di tutto. Qgni edificio religioso civile, dal tempo romanico a quello gotico, è sempre stato completamente affrescato, con cicli complessi e programmati o con affreschi votivi, e se gli intonaci antichi non sono stati scalpellati basterà recuperarli per raddoppiare, o forse triplicare, l'insieme delle opere d'arte che finora conosciamo. In fondo a Padova, al Santo, stanno uscendo fuori, con il restauro, importanti affreschi di Giotto finora non studiati in quanto sfigurati dalle ridipinture; del resto la storia della ricerca sui muri delle chiese nel dopoguerra è segnata da importanti ritrovamenti, come quelli di Umberto Baldini alla Cappella Brancacci dove sono stati ritrovati passi importanti di Masaccio e Masolino e individuato il loro parallelo metodo di lavoro sui ponteggi. Dunque ecco il progetto (che il ministero dei Beni Culturali potrebbe sponsorizzare collegando Soprintendenti e docenti universitari): analizzare gli antichi muri della nostra civilissima Italia per ritrovare l'altra parte, quella nascosta, della nostra storia pittorica. Che sarà certo da riscrivere, se il piano si realizzerà, nel giro di pochi anni.