Quattordici realtà di zona che sono un riferimento per italiani e stranieri Appena diecimila euro per organizzare quattromila incontri in un anno La Siae pretende 45 euro più Iva per ogni serata gratuita di lettura Da contenitori di volumi a servizi di base. Guardando dalle vetrate di Villa Amoretti si capisce "chi è" oggi Torino Di una, insomma, delle quattordici biblioteche di zona diventate un punto di riferimento per italiani e stranieri. Perché, più ancora che nella Centrale di via della Cittadella, qui si trova la spiegazione del rischio che correrebbe la città intera se, come si è temuto a fine settembre, la scure dei tagli si abbattesse anche sul sistema bibliotecario: ottocentomila euro spariti dal bilancio comunale significherebbe dire addio allacquisto di qualsiasi libro per un anno intero. Scaffali interi vuoti, un buco nella cultura e nella memoria che si perpetuerebbe nel tempo. Ma a guardar bene, passando da una biblioteca allaltra in questinizio di autunno, da un corso di canto corale a un convegno dedicato a Rodari, si comprende come il pericolo più immediato non sia tanto la sforbiciata allacquisto dei libri, quanto lo sfoltimento dei quasi quattromila incontri che ogni anno vengono organizzati nelle sale in centro e in periferia, per un totale di quasi ottantamila presenze. Iniziative che ogni trimestre vanno a riempire un fascicolo duna sessantina di pagine, distribuito gratuitamente un po in tutta la città. Gli argomenti sono i più vari, riassunti egregiamente in uno slogan dun vecchio manifesto della Cesare Pavese appeso sopra la scrivania del direttore delle Biblioteche civiche torinesi, Paolo Messina: «Cosa immagino di poter fare in biblioteca?». «Tutto - risponde lui - e, di più, per tutti. Nellultimo decennio il ruolo delle biblioteche civiche si è rafforzato come servizio di base che va a rispondere alle esigenze di persone di ogni età e livello sociale». Biblioteca Cesare Pavese, via Candiolo («ma si capisce meglio la sua funzione sociale pensando che a fare angolo cè via Artom, in piena Mirafiori sud», suggerisce Messina), metà pomeriggio di un giorno qualsiasi della settimana: ci sono studenti delle superiori - chi legge una rivista di rock, chi studia, chi sceglie un dvd per la sera o un cd: se ne possono prendere tre in prestito per una settimana - un paio di anziani alle postazioni internet, e soprattutto stranieri. Sfogliano periodici che parlano del loro Paese, qualcuno legge un romanzo italiano, altri sono in coda per conoscere gli orari delle conversazioni in spagnolo, francese, inglese. Lingue che parlano già, ma i gruppi che si riuniscono al pomeriggio sono anche unoccasione per trovarsi con i connazionali. «Dai corsi ditaliano delle biblioteche sono passati tutti i rifugiati durante la loro permanenza in via Asti - aggiunge Messina - E siamo riusciti a coinvolgere un centinaio di donne magrebine, perlopiù ricongiunte da poco ai mariti, che dai corsi di lingue sono passate alle lezioni sulla città e attraverso la conoscenza dei mercati, ma anche le visite ai musei, hanno scoperto i nostri usi e presentato i loro alle volontarie che le seguivano. Un gruppo di mediatrici culturali nel frattempo si occupava dei bambini più piccoli, ma insegnava anche alle madri come relazionarsi con i maestri e i professori dei loro figli. Un lavoro importante, tutto nato in biblioteca. Senza contare che uno dei servizi più gettonati è quello offerto a gruppi di due, tre ragazzi, stranieri ma anche italiani, per aiutarli a fare i compiti». Cecilia Cognigni, laureata in filosofia, è la responsabile dei servizi al pubblico della Centrale. Lo scorso Natale si è presentata a lei una ragazza nordafricana, in Italia già da qualche mese, per ringraziarla: «Non la conoscevo nemmeno, le ho chiesto perché. Mi ha risposto che da quando è arrivata noi siamo stati il suo salotto, non conosceva nessuno, grazie alla biblioteca si è fatta degli amici, ha scoperto la città». È diventata una cittadina. E Messina, che insegna biblioteconomia allUniversità, si è sentito proporre da una studentessa una tesi sulla funzione sociale della biblioteca: «Abita in Barriera e frequentando la Calvino ha capito quanto possa contare una simile presenza per un ragazzino: "Noi avevamo solo i muretti", mi ha detto». Si comprendono allora i 76.457 che frequentano le attività della biblioteca, rigorosamente gratuite, e si aggiungono alloltre un milione che invece ci va solo per i libri (nel 2009, per la prima volta, con 933.158 prestiti si è superato il numero dei cittadini torinesi). La domanda a questo punto è: quanto ci costano? «Lo scorso anno 10.200 euro - risponde Messina - Lo so che sembra impossibile, ma è così. Ce la facciamo perché siamo riusciti in questi anni a stringere rapporti con associazioni di volontariato, altri enti, università, Caritas». «È la forza di riuscire a lavorare in rete», chiosa Anna Garbero, che per le Biblioteche civiche cura le relazioni pubbliche e sorride, quando le si chiede se davvero tutto quello si riesce a fare con poco più di diecimila euro. Una cifra che altre istituzioni culturali a Torino spendono allincirca per i buffet in occasione delle inaugurazioni. Ma viene in mente a Messina che quei soldi in realtà non bastano, per coprire tutto: «Ogni volta che presentiamo un libro e ne leggiamo qualche pagina, dobbiamo pagare alla Siae 45 euro più Iva. Ne presentiamo tanti e la cifra non è indifferente, ma almeno siamo equiparati ai caffè letterari, altrimenti ne pagheremmo 90. Ma almeno il servizio per i non vedenti ce lo risparmiano: non dobbiamo versare nulla per i volontari che leggono su un mp3 i libri che ci vengono chiesti». Forse, prima dei tagli alle biblioteche, sarebbe il caso che le amministrazioni intervenissero su altri privilegi.