Piperno dialoga con Marc Fumaroli sugli argomenti al centro del convegno di Milano L'arte non ha paura del pop «Sbagliata un'idea di cultura troppo legata alla tradizione» La Cultura. Non trovate quella «C» maiuscola terribilmente antipatica? E tuttavia basta scriverla con la minuscola per precipitare nel baratro della più fricchettona demagogia. Me lo ripeto leggendo l'intervista concessa ieri al Corriere da Marc Fumaroli, uno dei più celebrati e affascinanti accademici di Francia. Non c'è nulla nelle risposte di Fumaroli che mi colga impreparato. Lo seguo da anni. Adoro il suo stile capace di coniugare un nitore illuminista a una sontuosa ricercatezza lessicale. Adoro il gusto per le immagini e per l'accumulazione (non a caso nell'intervista cita ammirato sia Mario Praz sia Roberto Calasso). Conosco la passione sfrenata per il nostro patrimonio artistico. Così come conosco l'energia con cui da tempo oramai Fumaroli si batte contro la deriva pop intrapresa dalla cultura occidentale. Nell'intervista al «Corriere» Fumaroli identifica nel modello americano il maggior responsabile del degrado creato dalla promiscuità postmoderna tra «cultura alta» e «cultura bassa». Un cortocircuito che Fumaroli rifiuta totalmente. «E' un fatto dice che la cultura di massa sia anzitutto un prodotto americano o all'americana.». E a questo punto che Fumaroli invita l'Italia a mettersi alla testa della rivolta contro questo modello massificato. «Considerati il passato e l'immensità del suo patrimonio dice Fumaroli sarebbe normale che fosse l'Italia oggi a mostrare al resto dell'Europa la via per uscire dalle sabbie mobili della cultura di massa». Devo confessare che quest'ultima affermazione ha titillato per qualche secondo la mia vanità sciovinista. L'Italia contro l'America?, ho pensato. Davide contro Golia? L'Italia che ci salva da.. Già, da che cosa? Più di un secolo fa Charles Baudelaire fustigava il filisteismo americano con uno sdegno se possibile ancor più rabbioso e apocalittico di quello esibito oggi da Fumaroli. «L'Americano è un essere positivo, vanitoso della sua forza industriale e un po' geloso del vecchio continente. (...). È così fiero della sua giovane grandezza, ha una fede così ingenua nell'onnipotenza dell'industria». Ecco un piccolo saggio della ferocia baudelairiana. D'altronde era proverbiale il suo settarismo, non meno di quanto lo fosse l'ardore della sua capziosità profetica Leggendo quello che Baudelaire scriveva dell'America e degli americani a metà Ottocento si potrebbe pensare che lui stesse predicendo ciò di cui oggi Fumaroli, non senza sconforto, prende atto. E contro cui si ribella, opponendo, come argine e come antidoto, la cultura. Investire sulla cultura Riscoprire la cultura. Darle lustro. Provare a rilanciare il modello umanistico che nel corso dei secoli ha dato frutti così succosi, ma su larga scala (massificata?). Una ricetta nostalgica quella di Fumaroli. Alla quale Dio solo sa se non sarei tentato di aderire. Così come Dio solo sa se non riesco a identificami con lo scoramento che le dà linfa. Insegnando all'università mi capita quotidianamente di dover fronteggiare il dissesto prodotto dalla massificazione. Lo studente medio contemporaneo non ha alcuna pazienza, ha orrore di tutto ciò che non sia immediatamente accessibile, e per così dire «scorrevole» (forse questa è parola che odio di più al mondo). La sua capacità di concentrazione è limitatissima e il suo terrore per la noia così sviluppato da spingerlo a rifuggire ogni idea di abnegazione. E anche a me, come a Fumaroli, piacerebbe che i giovani condividessero le mie passioni esclusive. ' Ciò che mi divide da Fumaroli --- forse per un colpevole eccesso di relativismo è la ferrea convinzione che il modello in cui sono cresciuto, il modello che ho assimilato, il modello che amo e senza il quale non potrei vivere, sia quello giusto. Basta leggere quello che scrivevano Leopardi, Baudelaire o Nietzsche dei loro tempi per constatare come da sempre gli spiriti migliori si siano sentiti assediati, e abbiano condiviso questo senso paranoico di perdita ineluttabile. Ma avevano ragione? Forse no. Porse avevano torto. A ben pensarci, dopo Baudelaire è arrivato Mallarmé. Dopo Mallarmé, Apollinaire. Dopo Apollinaire, Celan... E così via. Non ha senso pensare che un modello, per quanto nefasto esso ci appaia, cancelli alcune esigenze che sembrano connaturate all'essere umano:. capire, sentire, collegare, immaginare, creare. Tutte facoltà straordinarie che sicuramente la cultura mette in moto, ma che è riduttivo pensare che in essa si esauriscano. Forse quello che c'è da capire è che c'è qualcosa ché non capiamo ancora. Qualcosa che ci sfugge. E il vantaggio di non essere un politico ma un semplice scrittore è quello di non avere risposte. E anche se può apparire un po' banale rimarcarlo di non smettere di interrogarsi. Davvero basta investire soldi sulla cultura per modificare le persone? Davvero basta celebrare e ripristinare? Conservare o restaurare? Insegnare e ammonire? La cultura è questa cosa qui? Una roba un po' noiosa che viene dall'alto? Non si tratta un'idea un tantino antiquariale della cultura? Forse la cultura, più che di soldi, ha bisogno di trasgressione. Ecco perché è il singolo individuo a fare cultura, non certo l'istituzione, e tanto meno una massa di automi in fila alla biglietteria dell'ennesimo museo riaperto. Ed ecco perché alla togatissimma parola «cultura», preferisco il termine assai meno generico (ma in un certo senso più onesto e genuino) di «arte». In fondo non c'è epoca in cui l'arte (il genio, l'esprit) non abbia trovato il modo di manifestarsi sorprendentemente.