Una giovane storica dell'arte mi fa notare quelle che definisce, con stupefatto pudore, le «nuove destinazioni del Museo Diocesano di Napoli». In effetti, tra le «esclusive location per matrimoni» pubblicizzate da un sito web si trova proprio il Museo, lieto di ospitare «concerti, meeting, cene di gala, ricevimenti nuziali e manifestazioni di diverso tipo in un'atmosfera accogliente capace di combinare il momento conviviale a quello culturale ed artistico». Il tragicomico marketing telematico tocca l'apice nella didascalia di una foto che mostra come si possa organizzare un «buffet centrale nella sala Navata con accompagnamento musicale in una delle sei salette laterali». Salette che sono, manco a dirlo, le cappelle dove sono state ricollocate le mirabili pale d'altare secentesche. Già, perché la sala del Museo Diocesano venduta come «location» è ovviamente la chiesa di Santa Maria Donnaregina. L'uso dei musei per feste private è un nodo molto delicato. La trasformazione di chiese storiche in musei lo è ancora di più. Ma il doppio salto mortale di una chiesa che diventa museo della Diocesi per entrare subito tra le «esclusive location per matrimoni» lascia semplicemente esterrefatti. Don Milani diceva che la scuola pubblica non poteva servire contemporaneamente all'educazione e al denaro, e che doveva scegliere: magari prendendo esempio dalla scuola dei preti, che serve ad un padrone solo, il denaro. Forse ormai si può dare lo stesso suggerimento al Ministero dei Beni culturali: o si serve la cultura, o il denaro. E se il Ministero avesse dei dubbi, può sempre (non) prendere esempio dalla Curia di Napoli.