Una città invisibile. È la Roma che rischia di sparire un po' alla volta. Noi che ci viviamo non ce accorgiamo, ma è così. Qualche tempo fa, per dire, si tenne a Castel Sant'Angelo una splendida, ma anche inquietante mostra intitolata "Tesori invisibili". I visitatori poterono vedere da vicino opere di grandissimo valore artistico ritrovate dalla forze dell'ordine e numerosi "pezzi", anche antichissimi, chiusi nei magazzini praticamente da sempre e per i più diversi motivi. Il sottosegretario alla Cultura, Francesco Giro, in quell'occasione disse che «esiste un vasto patrimonio storico-artistico sommerso che può e deve riemergere». L'Istat ci informa che nella nostra regione sono visibili quattro milioni di reperti, ma ben sette milioni, censiti e catalogati, sono conservati in capaci ed oscuri magazzini. Gli studiosi, se vogliono, a prezzo di inenarrabili fatiche, possono avvicinare questo "sommerso", mai comuni cittadini sono deprivati dalla fruizione di beni che in nessun altro Paese al mondo resterebbero nascosti tra le ombre della storia. Per farsi un'idea più netta, nei limiti che l'immaginazione consente, basta ricordare che ben cinquecento casse stipate nel deposito del Museo della civiltà romana all'Eur, custodiscono dal 1939 reperti importantissimi che vennero sottratti alla vista del pubblico in seguito al crollo dell'Antiquarium del Celio. La guerra e gli eventi successivi non consentirono di riaprirle. Ma sono passati più di settant'anni: che cosa si aspetta? Il lascito della Roma dei Cesari è sigillato. Dall'incuria e dalla dimenticanza. Forse dal fastidio. Nessuno è responsabile, tutti sono responsabili. E intanto la capitale, appunto, sparisce. Ma sparisce anche la Roma contemporanea È la città più incartata d'Italia, per unanime ammissione. Sui muri, ma anche sui monumenti s'affollano manifesti di ogni tipo. Le strade, anche quelle di pregio, scompaiono sotto la cartellonistica pubblicitaria che invade tutto, senza il minimo riguardo estetico, spesso interrompendo prospettive architettoniche che costituiscono il tesoro della Roma storicamente "irregolare" e per questo unica al mondo perla stratificazione visibile delle epoche che l'hanno segnata. Come non tener conto di tutto questo quando si promette mai ore incisività nella lotta al vandalismo? I vandali più temibili, oltre i graffi tari, sono proprio coloro che autorizzano lo scempio cartellonistico, commerciale, politico e di qualsiasi altro tipo. E Roma rischia di perdere definitivamente la sua identità per gli abusi che vengono perpetrati, al centro come in periferia, nell'indifferenza dei più. Cartelloni perfino di cattivo gusto, che rasentano la pornografia, ormai sono comuni mezzi di comunicazione contro i quali ogni tanto qualcuno insorge, ma la protesta è improba di fronte al dilagare del malcostume. Perfino chi dovrebbe vigilare subisce il contagio. E non so se è più comico o tragico. Qualche mese fa, uscendo dal bar di un noto albergo vicino piazza del Popolo ho avuto modo di imbattermi in un gigantesco cartellone del Ministero dei Beni culturali che distruggeva l'armonia di cupole e mura fino a rendere irriconoscibile uno dei luoghi più belli del mondo. Confesso qui la tristezza che m'inondò allora. Non ci sono più passato. Ma quando mi capiterà, spero che lo scempio sia stato rimosso.