LAccademia Carrara di Bergamo è chiusa per restauro: Roma ospita, al Chiostro del Bramante, i suoi più importanti capolavori La collezione di Morelli, straordinario innovatore della ricerca artistica LAccademia Carrara di Bergamo è il museo civico più grande dItalia. Le sue raccolte sono veramente imponenti ma da tempo il museo è chiuso e i responsabili hanno pensato di inviare in trasferta un cospicuo gruppo di dipinti veneti che riuniti insieme fanno una mostra bella e interessantissima: la ospita a Roma il Chiostro del Bramante. La presentano e la curano Giovanni C. F. Villa che è un docente e studioso di primissimo e il curatore delle raccolte Giovanni Valagussa. La mostra è una vera e propria ministoria della pittura veneta, dal tempo del Pisanello, ai primi del Quattrocento, fino ai celeberrimi vedutisti del Settecento come Carlevarijs, Canaletto, Bellotto, Guardi, terminando nella nobilissima figura di Pietro Longhi, il Goldoni della pittura. LAccademia Carrara è legata alla storia dellarte italiana in modo peculiare e profondo per molti motivi, primo fra tutti il cospicuo nucleo di opere provenienti dalla collezione del grande bergamasco Giovanni Morelli, medico, critico darte, combattente del Risorgimento, deputato e poi senatore, ma soprattutto fondatore della moderna scienza dellarte in Occidente. Morelli fu tra i primi, nella seconda metà dellOttocento, a capire come sarebbe stato possibile inserire la ricerca storico-artistica nel grande alveo della rinascita della scienza moderna e lo notò Freud quando, leggendo entusiasticamente nel 1898 un suo scritto, osservò come nel metodo di quel genio vi fosse una forte relazione con gli studi di psicanalisi che in quel momento stava portando al massimo livello. Così Morelli improntò anche il suo gusto collezionistico a questo spirito di ricerca, che consisteva nellidentificare la mano degli autori delle opere (il cosiddetto metodo attribuzionistico) basandosi più sui dati inconsci che su quelli consci. Ognuno, sostenne Morelli, ha degli automatismi quando scrive e la stessa cosa vale per chi dipinge. Chi è in grado di comprenderli saprà riconoscere la mano di un determinato autore, anche minore e poco noto. Così le opere riunite nellAccademia Carrara sono state individuate con metodo scientifico e profonda comprensione delle somiglianze e delle differenze tra una miriade di autori notissimi o semisconosciuti, e ora questa mostra è una sorta di grande lezione per chiunque ami la pittura. Villa per spiegarne il senso, nel dotto saggio introduttivo al catalogo (edito da Silvana) si serve di un memorabile testo antico: la Carta del navegar pittoresco di Marco Boschini pubblicato nel 1660, un immane poema in stretto dialetto veneziano dove ogni pittore veneto è paragonato a una parte di nave che contribuisce a far navigare nei marosi della storia. Così Giovanni Bellini è lalbero maestro, il Giorgione è una specie di timoniere e Jacopo Bassano è paragonato ai boccaporti aperti a tutte le direzioni. Le suggestioni critiche del Boschini coincidono con la moderna visione di Villa che ribadisce la tesi del predominio del "colore" nella pittura veneta cercato e amato per secoli dalla città dei mercanti e, appunto, del mare. Un movimento incessante che genera in continuazione grandi intelletti ciascuno dei quali entra in un alveo comune rinnovandolo senza posa. Ed ecco allora gli umanisti del primo Quattrocento come il Pisanello e Jacopo Bellini, i curiosi per antonomasia volti a raffigurare un mondo che incanta per primo lautore e poi di conseguenza chi ne vedrà lopera. Ecco poi nelle generazioni successive lingresso della dimensione speculativa e meditativa per cui la pittura è una sosta dentro la quale rivivere linsieme delle esperienze ma nel nome della contemplazione. Qui giganteggia limmenso Giovani Bellini di cui la mostra presenta cose egregie, e risalta anche laltrettanto valido Cima da Conegliano, finchè si arriva a una sorta di opposizione a quella scuola che scaturì dal singolare Francesco Squarcione, un sarto che si dilettava di pittura e di ricerca archeologica, da cui escono autentici prodigi come il Mantegna (non presente in mostra), Giorgio Schiavone, per molti una autentica riscoperta, e il formidabile Carlo Crivelli. Ma non cè dubbio che per tutti la gioia più grande esce fuori quando compare in scena Lorenzo Lotto di cui la mostra fornisce quasi una splendida anteprima di quella che sarà tra breve lampia mostra monografica alle Scuderie del Quirinale curata dallo stesso Villa che del Lotto è oggi riconosciuto esperto. I protagonisti del Cinquecento ci sono e sono ben rappresentati tanto che ci permettono anche di capire bene proprio la stretta connessione tra la tradizione veneta e quella bergamasca perché in verità è lecito parlare di "ambiente veneto" in un territorio che, come nota Villa, spazia dal Friuli alla Carnia a Bergamo appunto. Ed ecco le opere dei grandi bergamaschi che di fatto sono veneziani di cultura come Cariani (un grandissimo artista oggi poco ricordato) o Palma il vecchio ed ecco il friulano Pordenone (un altro autentico maestro della pittura che è tra i fondatori del cosiddetto "manierismo" ma è alquanto misconosciuto), Tintoretto, Veronese, Paris Bordon e Palma il giovane. Linsieme delle opere giustifica pienamente la gloria della scuola veneziana e giustifica anche, con scelte molto oculate, la difficoltà del giudizio critico su quella scuola quando si arriva al Seicento. E tradizione, infatti, giudicare il Seicento veneto come un secolo di relativo declino. La grande pittura si sposta a Roma, soprattutto con la scuola caravaggesca. La mostra ci fa conoscere personaggi i cui nomi non ci sono familiari ma le cui opere rivelano un fascino misterioso che dovrebbe essere oggetto di una sostanziale riscoperta. Chi conosce e apprezza veramente pittori come il Padovanino, Pietro della Vecchia, Giulio Carpioni, Antonio Balestra? Può darsi che questi nomi dicano poco e niente eppure proprio su questi personaggi la mostra rivela tutta la sua forza di convincimento e di fascino. Sono artisti per lo più di qualità estrema ma di sottile intelletto e di espressione difficile. Poi arrivano i giganti notissimi, Tiepolo, Canaletto, Guardi e si capisce bene come mai si siano fatti amare dal mondo intero. Perché lo sapevano rappresentare e miravano a parlare a tutti, con la spontaneità che solo il dominio assoluto degli strumenti del sapere può concedere a chi abbia talenti artistici eccelsi.