Una notizia preoccupante è stata ufficializzata, con inspiegabile ritardo, dai vertici del Museo Egizio di Torino: una preziosa testa faraonica a forma osiriaca, conservata all'Egizio e risalente alla XVIII Dinastia (1400 a. C.), è stata danneggiata durante le fasi di disallestimento nell'ultima tappa di una mostra itinerante («Ancient Egypt in Turin») in Giappone, nella cittadina di Shizuoka. Il Museo Egizio precisa che «il reperto non ha subito danni gravi, è rientrato in Italia ed è in fase di restauro». È tuttavia evidente il disappunto degli studiosi, espresso sul sito www.archaeogate.it, curato da luminari dell'egittologia. Ad aggravare l'accaduto il fatto che la testa in questione fosse un manufatto già danneggiato nella corona tra l'altro la parte interessata nella caduta e restaurato negli anni '70; e non è certamente condivisibile la constatazione espressa dai responsabili dell'Egizio che l'incidente «fornisce l'occasione per un intervento più approfondito»: quasi che si dovesse sperare in un simile accadimento per decidere il restauro di un reperto, che comunque ne necessitava. Ma la questione non verte sul fatto se i danni siano o meno irreversibili; siamo consapevoli che sarebbe potuta andare molto peggio. La domanda concerne l'opportunità di inviare in capo al mondo simili, delicati manufatti, sottoponendoli tra l'altro a 2 viaggi di almeno 15 ore ciascuno nella stiva di un aereo. Viene da chiedersi se sia un comitato scientifico a decidere quali oggetti debbano venire prestati per esposizioni in Paesi stranieri; o se invece tale decisione non sia piuttosto regolata da logiche economiche o da intese d'altro tipo. Ma non basta: in un turbinio -sempre più dilagante di mostre, concesse con eccessiva facilità in virtù di un'altisonante e sempre comoda giustificazione culturale, in realtà troppo spesso per guadagni di bottega o per giustificare carriere di candidati dal curriculum magari scientificamente ancora debole, è lecito chiedersi che senso abbia mettere a disposizione reperti, così particolari e di nicchia, per una mostra in un centro minore dei Sol Levante; come per converso sarebbe lecito domandarsi il senso di un'esposizione sugli antichi samurai in uno spazio museale di una nostra città di provincia. Diciamolo pure: sono palesi operazioni di marketing, da supermercato della "cultura", a volte finanziate da qualche sponsor adeguatamente imbonito, più spesso sostenute da denaro pubblico, magari dai rubinetti sempre aperti della Comunità europea, e dunque in ultima analisi dalle tasche del contribuente. Simili dubbi trovano ulteriore sostegno nel fatto che titolari di cattedra, stipendiati per fare ricerca, spesso si abbandonino a curare mostre improbabili, attratti da lauti guadagni e dalle sirene della cassa di risonanza mediatica. E comunque tutto ciò passa inosservato, fino a quando non succede il fattaccio, come in questo caso: fino a quando un prezioso oggetto non viene danneggiato.