Dirigente del Pd va in soccorso di Bondi nella disputa col Tesoro Il ministro ha ragione, i tagli alla cultura sono esiziali. Ma si eviti di barattare l'autonomia con i soldi dei privati Perché gli altri stati investono? In una cosa il ministro Bondi ha ragione, la mancanza di risorse per la cultura rischia di uccidere il settore. Ci si consentirà di non guardare con grande ottimismo, però, all'annunciato vertice su questa crisi con un ministro del Tesoro che si abbandona a provocazioni tanto insolitamente rozze ("con la cultura non si mangia" ) quanto infondate (550.000 lavoratori senza calcolare l'indotto turistico, più del 2,6 per cento del pil). Il problema è che fin qui la scelta politica di colpire la cultura è stata giustificata, proprio da chi oggi se ne duole, con una bugia. E' la crisi, bellezza - si è detto - e tutti dobbiamo farcene carico. Ma perché allora tanti altri paesi, come noi di fronte alla crisi, hanno aumentato gli investimenti nel settore? Il ministero dei Beni culturali, inoltre, era già stato colpito da una cospicua riduzione degli stanziamenti, tanto che siamo ormai ben al di sotto dello 0,3 per cento del pil. C'è una progressiva diminuzione dell'incidenza del bilancio dei Beni culturali sul totale delle risorse di tutti i ministeri. Che sia questo il senso della rivendicazione di aver liberato la cultura dal peso dello stato? Per il Pd un investimento "prevalentemente" pubblico, come prevede la Costituzione, è invece la vera garanzia di autonomia del mondo della cultura. Ciò non toglie, naturalmente, che il ministro fa benissimo a segnalare l'esigenza di convincere le imprese italiane a investire di più in questo settore, ma come si fa a chiederlo se si trasmette quotidianamente la sensazione che le risorse pubbliche spese qui non siano appunto un investimento, bensì sprechi da tagliare? Difendere il ruolo pubblico non significa non vedere l'esigenza di riforme. Di una riforma radicale ha bisogno il sistema di tutela, messo in difficoltà anche da una frettolosa riforma del titolo V, varata dal centrosinistra, che ha innaturalmente scisso le funzioni di tutela e valorizzazione: perché ad esempio, una volta definiti criteri e standard, e costruiti strumenti reali di verifica, non si dovrebbe consentire a regioni che sono in grado di farlo di esercitare la tutela? E' di questo che dobbiamo parlare, non di scorciatoie come l'uso della protezione civile per gestire i siti più importanti o la nomina di improbabili manager che dovrebbero occuparsi di cose delle quali non hanno alcuna nozione. Di una riforma di sistema ha bisogno anche lo spettacolo dal vivo che la attende da decenni. Ne ha bisogno la musica d'arte che non ha trovato risposte nel decreto recentemente convertito: come fa Bondi a dire di avere risolto i problemi della lirica nei giorni in cui Genova, Cagliari e Roma rischiano di vedere scomparire i loro teatri d'opera? Risorse e riforme, dunque, ma anche politiche industriali. Anche per il cinema. Il ministero dei Beni culturali sostenga e promuova i "film difficili" e la sperimentazione. Del resto si occupi lo Sviluppo economico con un pacchetto di proposte essenziali: rifinanziamento degli incentivi fiscali (introdotti dal centrosinistra e difesi da Bondi), sostegno all'internazionalizzazione del prodotto2