Toni accesi venerdì tra i ministri Bondi e Tremonti. Il primo non vuole altre sforbiciate e il secondo si oppone senza troppa eleganza: «Non è che la gente la cultura se la mangia». Bene. Alcuni dati per dare la cornice del problema. Nel 2009 il Mibac riduce del 23 gli stanziamenti nazionali; così come riducono le spese culturali i Comuni (-20), le Province (-18), le Regioni (-10) (dati Federculture). La recessione morde e la crisi viene combattuta con la scure, riducendo un capitolo di spesa considerato effimero e scarsamente produttivo. Peccato che in questo periodo di smarrimento globale di identità, di senso e di saggezza, le arti e la cultura da alcune nazioni vengano considerate addirittura anti ciclicamente: Obama nel pacchetto anticrisi 2009 aumenta del 30 il budget annuale del National Endowment for the Arts, Sarkozy accresce del 10 il contributo dello Stato francese alla cultura, il Sindaco Bloomberg lancia un piano di sostegno al settore artistico che genera un indotto di altri 5,8 milioni di dollari nel solo distretto di Manhattan, i lander mediamente rilanciano con 7 gli investimenti culturali tedeschi. Forse che queste nazioni non gestiscono la crisi? Forse che hanno sbagliato le priorità della loro spesa pubblica? No, semplicemente hanno capito (e da tempo) che la cultura non è un «altrimenti», una partita residuale rispetto allo sviluppo economico e che, accanto alla funzione identitaria, essa è uno dei più potenti motori dell'economia postmoderna. L'economia dove conta sempre meno il valore d'uso dei prodotti e sempre più la valenza simbolica e evocativa che essi esprimono. L'economia delle imprese che oggi producono e vendono prima di tutto i significati culturali che gli oggetti e i servizi incorporano (moda, design, turismo, ristorazione, e così via). E hanno capito molto bene che i singoli investimenti culturali determinano ricadute economiche incrementali sull'occupazione e sul reddito locale che possono ormai sostituire il progressivo declino di produzioni industriali spesso a fine corsa. Ministro Tremonti, carmina dant panem, eccome.
I tagli (solo italiani) alla cultura. Così si riduce lo sviluppo economico
I ministri Bondi e Tremonti si sono scontrati venerdì su questioni di spesa pubblica. Il ministro Bondi non vuole ulteriori tagli alle spese culturali, mentre Tremonti si oppone senza troppa eleganza. I dati mostrano che le spese culturali sono state ridotte negli ultimi anni, con tagli del 23% a livello nazionale, del 20% a livello comunale e del 18% a livello provinciale. In contrasto, paesi come gli Stati Uniti, la Francia e la Germania hanno aumentato le spese culturali durante la crisi economica. Questi paesi hanno capito che la cultura ha un valore simbolico e evocativo che può determinare ricadute economiche positive sull'occupazione e sul reddito locale.
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