Pare che il ministro Tremonti, per rabbonire (eo per irridere) il povero Bondi che si lamentava dei tagli alla cultura, gli abbia detto che "la cultura non si mangia". È lo stesso Tremonti che in un recente comizio elettorale scatenò applausi elogiando «chi non ha il tempo di leggere libri». Sta di fatto che il ministro dell'Economia, non incidentalmente, i libri li abbia letti e anche scritti, e parli l'italiano degli abbienti. Così che quando allarga le braccia di fronte all'amara questua che la cultura italiana è costretta a fare davanti alla sua porta, fa la parte del ricco che spiega al povero quanto è bello accontentarsi. La cultura non serve agli intellettuali: ne hanno già fin troppa. Serve (come il pane) a chi non la possiede e in un certo senso ne è vittima, perché ne è escluso. I sempre più frequenti elogi dell'ignoranza che germinano specialmente a destra hanno l'inconfondibile retrogusto del lassismo. Cercano di eternare una società che assegna a pochi fortunati i mezzi economici e intellettuali per prevalere, e alla massa il dovere di sgobbare e produrre reddito, senza neanche la soddisfazione di leggerlo in un libro.