Allarme del ministro per Beni culturali, Sandro Bondi. «Troppi tagli, così la cultura muore», spiega in un'intervista al Mattino. E, polemizza con il responsabile dell'Economia, Giulio Tremonti: «Non farà diventare ricchi ma fa mangiare tanta gente». Il ministro annuncia un piano per Pompei e apre ai privati: «La leva fiscale può favorire la tradizione del mecenati». «La cultura italiana rischia di morire. Senza fondi, e senza strategie di salvataggio, non si potranno mantenere i livelli minimi di sopravvivenza delle principali attività dello spettacolo». Parole del ministro per i Beni culturali Sandro Bondi che dopo l'allarme e l'appello lancia anche un ultimatum: 150 milioni di euro sui prossimi tre anni per reintegrare il Fondo unico per lo spettacolo, il rinnovo delle agevolazioni fiscali per il cinema e 50 milioni del lotto da destinare ai restauri. Altrimenti si chiude. Al Consiglio dei ministri di giovedì, il pacato Bondi è arrivato addirittura a minacciare le dimissioni perché Tremonti riconoscesse che «i beni culturali sono una risorsa economica e non un costo». E' stato uno scontro duro, ministro, davvero vuole andarsene? «Io ho soltanto fatto una brevissima relazione sullo stato della cultura in Italia. La crisi economica e la riduzione dei finanziamenti ci hanno costretto ad operare delle riforme: per questo siamo intervenuti sugli enti lirici, sul cinema. Ma adesso, con la riduzione del Fus che per il prossimo anno passa da 400 a 260 milioni la situazione rischia davvero il collasso. Io, però, non chiedo il trasferimento di ulteriori fondi, chiedo delle riforme. Chiedo di poter continuare sulla strada, già intrapresa con la defiscalizzazione per il cinema, della liberalizzazione della cultura, della sua separazione dallo Stato. In questo, chiedo la solidarietà del governo». Si è ricomposta la lite? «Berlusconi convocherà una apposita riunione. Questa crisi va risolta perché se le risorse pubbliche alla cultura vengono meno non sarà possibile sostituirle con le sole risorse private: queste ultime possono essere solo i rami frondosi di un albero robusto, ma il tronco deve essere integro e sano per sostenerli». Ha diffuso anche una lettera-apello in cui chiede sostegno alle aziende: si può affidare il salvataggio della cultura ai privati? «Non solo si può, ma è addirittura necessario se si vogliono accrescere le risorse. Nel nostro Paese il mecenatismo ha una solida tradizione. Occorre dare nuova linfa a questa tradizione per liberare la cultura da un rapporto di eccessiva dipendenza dallo Stato e dalla politica. Per far questo serve una seria politica di defiscalizzazione verso chi investe in cultura, come si è cominciato a fare con il cinema: una positiva esperienza, che spero possa proseguire con la proroga delle misure di tax shelter per il prossimo triennio. Una misura che però non serve per il teatro. «Ma può consentire di dirottare risorse su quelle istituzioni che non possono godere di contributi privati. Il rilancio della cultura sta molto a cuore al presidente Napolitano. «Mi basta avere la comprensione di Berlusconi e Letta e la solidarietà dei ministri e di Tremonti». Tremonti dice che la gente non la mangia la cultura. «Ma la cultura, invece, dà da mangiare a tanta gente. La nostra classe dirigente e quella imprenditoriale la hanno sempre sottovalutata, ma nel nostro paese ha e deve avere un valore estremo, deve ispirare ogni progetto dei nostri uomini». Parliamo di Pompei: non c'era modo di evitare la successione di soprintendenti ad interim con una soluzione più stabile? «C'era la necessità di mettere fine al commissariamento e tornare alla gestione normale. Le procedure seguite perla nomina del Soprintendente sono quelle previste dalla legge, le misure previste dalle norme per il pensionamento del personale della pubblica amministrazione sono inderogabili. Il nuovo bando porterà senza dubbio a una situazione più stabile. Nel frattempo, stiamo studiando nuove forme per la gestione e la valorizzazione del sito». Una delle possibilità è una Fondazione: quali compiti dovrebbe avere? «La Soprintendenza avrà il compito fondamentale della tutela del patrimonio archeologico di Pompei mentre la complessa gestione del sito e la sua valorizzazione deve essere affidata a profili manageriali diversi: persone capaci di sovrintendere alle necessità manutentive di una vera e propria città, alla organizzazione di notevoli flussi turistici, alla realizzazione di percorsi di visita innovativi, alla applicazione di nuove tecnologie nella sorveglianza e nella fruizione del sito». Quali soggetti entrerebbero nella costituzione della Fondazione? «La Regione Campania e gli Enti Locali devono essere coinvolti al massimo, così come le principali realtà economiche del territorio. Per un sito unico al mondo come Pompei, mi aspetto tuttavia che anche le grandi compagnie nazionali pubbliche e private decidano di investire e partecipare alle scelte di sviluppo e valorizzazione. Massima apertura anche alle realtà culturali internazionali, che già in passato hanno dimostrato enorme attenzione verso Pompei. Penso in particolare al pregevole impegno della Packard Foundation agli scavi di Ercolano, che spero possa ben presto essere emulato da altri. Uno strumento di gestione diverso avrebbe notevoli vantaggi sotto il profilo della flessibilità gestionale. Inoltre semplificherebbe il fund raising e consentirebbe maggiore dinamicità nella realizzazione di programmi di rilancio». Quali sono le priorità per Pompei? «Continuare sul percorso intrapreso con la fase commissariale, che ha permesso di investire 79 milioni di euro in due anni per il recupero e il miglioramento del sito. Ora che l'emergenza è finita serve il massimo impegno per mantenere la barra dritta. Secondo l'opposizione a Pompei mancano vigilanza, coordinamento, criteri di gestione, e soprattutto una strategia complessiva di rilancio del turismo culturale: condivide questa analisi? «Solo quando in questo Paese verrà meno ogni cieca contrapposizione ideologica sarà possibile pensare al patrimonio culturale come a un bene e a un valore di tutti. Come può negare l'opposizione ciò che è stato fatto in questi due anni per Pompei?». La scure. Già persi un miliardo e 760 milioni Le preoccupazioni degli operatori della cultura e dello stesso ministro Bondi sono fondate: con 1 miliardo e 761 milioni di tagli nel quinquennio 2008-2013 la situazione del dicastero si è fatta gravissima. Sull'orlo del baratro il teatro Carlo Felice di Genova, salvato un anno fa da un reintegro di 60 milioni stanziato dalla presidenza del Consiglio che quest'anno non c'è stato. I fondi sono scesi da 402 a 262 milioni per il prossimo anno. L'ultimatum. Servono 150 milioni nel prossimo triennio per spettacolo cinema e restauro I privati. Le risorse pubbliche non bastano. La leva fiscale può favorire la tradizione dei mecenati Pompei. La gestione e il rilancio del sito richiedono profili manageriali specifici