Da Torino a Roma fino a Nuoro. I musei di arte contemporanea si sono moltiplicati. Ma mancano i fondi per sostenerli. E i direttori chiedono aiuto: alla politica e alle banche. Colloquio con Gabriella Belli A Bologna, forte riduzione delle mostre per tutto il 2011. A Napoli, il Madre a rischio chiusura e attività azzerate a Castel Sant'Elmo. Contributi quasi dimezzati al Castello di Rivoli, a Roma la blasonata Galleria nazionale di arte moderna ridotta a finanziamenti da bocciofila. Ecco perché a Milano, il 20 settembre. l'Associazione dei musei d'arte contemporanea italiani (Amaci) ha tenuto una riunione d'emergenza durata sei ore, presenti 20 direttori da tutta Italia. Un focus molto preoccupato sui pesanti tagli imposti dallo Stato, dagli enti locali, dalle fondazioni bancarie alla rete nazionale dell'arte moderna. E crisi vera. E la presidente dell'Amaci, Gabriella Belli, direttore del Mart di Rovereto, mentre annuncia per il 9 ottobre la Giornata del contemporaneo, porte aperte in oltre mille tra musei, gallerie, associazioni, spazi dedicati all'arte (www.amaci.org), lancia l'allarme attraverso "L'espresso". Più l'Italia tenta di accreditare una propria immagine contemporanea, più si abbatte la scure della crisi. Chi soffre di più? I musei grandi, specie quelli comunali: la Gam di Torino, il Castello di Rivoli, il Mambo a Bologna. Oltre alla collezione propria e alle mostre hanno attività di ricerca e pedagogiche. I tagli sono superiori, in media, al 30 per cento. Drammatici, per musei gravati da un'elevata spesa corrente: personale, assicurazioni, energia, sicurezza. E pur sempre di dimensione ridotta: un ventesimo, diciano, del Centre Pompidou di Parigi". Crisi improvvisa o annunciata? «Non è una crisi improvvisa. È in atto una deriva economica che daterei al 2003-04 Cosa è successo? "È da allora che si è andata imponendo, a livello di governo, dei Comuni e degli enti locali, una diversa visione del mondo museale. Una cessione di quote dal pubblico al privato, che significa anche quote di potere culturale. Ora, il privato è un partner prezioso, nel sistema dell'arte, per contributo di risorse e di idee, ma con la recessione anche il privato è costretto a frenare. I più attrezzati a resistere sono i musei piccoli". Il Mart di Rovereto, il Museion di Bolzano hanno il vantaggio di una Provincia autonoma ricca e bene amministrata. "È una condizione favorevole, certo. Unita, però, a una convinta strategia politica di valorizzazione del territorio". Il Madre a Napoli, invece, una sofferenza via l'altra. Al Sud è tutto più difficile? "Non voglio giudicare una struttura gestionale che non conosco. Il punto critico è un altro: il Madre si è identificato troppo con la politica. Impianto ambizioso, mostre di qualità, ma la politica non ha saputo fermarsi, finendo per usare l'istituzione a suo favore. E questo non è mai un bene". Sia sincera: in un Paese come l'Italia possiamo permetterci 25 musei di arte contemporanea? Non sono troppi? "No, non sono troppi". A Monfalcone, a Pistoia, a Gallarate. « La nostra rete museale offre profili diversi. Le realtà comunali in genere non hanno una collezione propria, costano meno, si integrano bene con il territorio". Nuoro è arrivata prima di Cagliari. "E' vero; ma sono stati bravi. Prendiamo Bergamo, la Gamec: ben gestita, ben dimensionata, programmazione di qualità. Il contrario di una cattedrale nel deserto". Vediamo il caso Maxxi a Roma. È partito bene: denaro, immagine, entusiasmo. Ma in prospettiva quali rischi corre? «Io sono ottimista. Divenuto fondazione, il Maxxi si è svincolato dalla burocrazia statale pur avendo il ministero come socio forte. Se saprà gestire gli sponsor mantenendo libertà di indirizzo, le prospettive sono buone. Un museo innovativo, oggi, è una piccola azienda. Con un notevole indotto: professionisti, assicurazioni, trasporti, vigilanza, editoria, restauro. Oltre agli alberghi, ai ristoranti, ai negozi che si avvantaggiano del turismo culturale. Un museo come il Maxxi crea economia». A Milano c'è chi si è ingelosito. È Milano che ha i collezionisti, le gallerie... «Si vince anche sulle differenze. Milano sta per aprire il Museo del Novecento all'Arengario, che ci regalerà qualcosa d'importante: un vero presidio internazionale dell'arte italiana del Novecento, con un'assoluta eccellenza riguardo ai futuristi». Il Comune, però, si sta muovendo molto in economia. «Vedremo. La forza è nella collezione permanente. Sta arrivando un main sponsor. II Museo del Novecento ci stupirà tutti». Come valuta la scelta del ministro Bondi di affidare le strategie di 'valorizzazione" al manager Mario Resca? «Una divisione dei compiti è utile. L'Italia ha un deficit notevole, nell'offerta museografica moderna, rispetto a Germania, Francia, Inghilterra. Ben venga un uomo marketing capace di strategie innovative. Basta che non si dica: o il museo produce business o non conta più. I1 marketing non deve entrare a gamba tesa. In Italia abbiamo diversi direttori giovani che hanno nel Dna una concezione dinamica dell'arte. Non solo il museo: comunicazione, didattica, vendita di servizi, relazioni internazionali. L'importante che l'Italia offra al mondo un'idea di contemporaneità. ». Voi lamentate un cambio di atteggiamento delle fondazioni bancarie. Perché? «Diciamo che stanno diventando autoreferenziali". Meno diplomaticamente? «Hanno avuto un ruolo importante in questi anni. Pensiamo a come Unicredit ha sostenuto Rivoli, Bologna, il Mart; o come il Crt ha aiutato la Gam a Torino. Ma nell'ultimo anno e mezzo qualcosa è cambiato: le fondazioni, anziché corrispondere denaro, acquistano opere che restano di loro proprietà e sono date in deposito al museo. Loro capitalizzano, lo capisco, ma a noi viene a mancare una boccata d'aria». Che cosa chiedete? «Di tornare a comportarsi come facevano negli anni Novanta. A essere partner economici di progetti culturali senza voler fare a tutti i costi la loro corsa". Intanto a Roma c'è un governo che non ritiene strategico investire in cultura. «Purtroppo è così. La cultura, per la politica, è un capitolo minore. Ma quando il governo parla di creatività per sostenere la ripresa economica, come può pensare di trascurare gli ambiti del sapere umanistico? Scuola e università sono strategici; ma l'arte e l'architettura italiana sono al centro dell'attenzione internazionale». Chissà se s'intenerisce il ministro Tramonti. «Ne approfitto per richiamare il tema delle defiscalizzazioni sulle donazioni importanti. Perché funziona il modello delle foundations americane? Non perché negli Usa ci sono più mecenati, ma perché, insieme all'apporto alla comunità, il donatore ne ricava un vantaggio fiscale». Vede la luce in fondo al tunnel? «Sopravviveremo. E forse ne usciremo più forti».