Prima di fare il ministro ha fatto il sindaco, e ancor prima di fare il sindaco ha fatto il militante. Oggi, a distanza di due anni dal suo insediamento nella sede del ministero dei Beni culturali, Sandro Bondi si ritrova a fare il ministro-sindaco. E proprio perché amministra, non governa, i Beni culturali del Belpaese, Bondi è convinto che per salvare Pompei occorra un sindaco che gestisca la città morta, salvandola da quella dei vivi. Ma visto che un sindaco per una città morta è materialmente impossibile, meglio ricorrere alla soluzione della Fondazione. «Mi chiedo», dice, «perché dobbiamo vivere in un Paese reso più brutto dalla politica e dall'informazione (chiaro il riferimento all'attacco sferrato al ministro da parte del Corriere della Sera circa la gestione di Pompei, ndr) e se la ragione è che si vuole attaccare Sandro Bondi io dico che si può fare in altri modi. Non c'è bisogno di utilizzare le false accuse. Piuttosto ora è il momento di riflettere sulle migliori forme di gestione per Pompei per fare in modo che il lavoro del soprintendente sia separato dalla gestione. E la strada della Fondazione per Pompei, indicata anche dall'ex ministro Francesco Rutelli, è una possibilità». E già, perché a mettere a rischio questo patrimonio dell'Umanità, peraltro unico al mondo, non sono solo le «cattive polemiche», ma anche le «gestioni sbagliate» degli anni passati, ereditate da questo governo e alle quali Bondi ha provato a porre rimedio con commissariamenti ad hoc. Ma siccome i commissari non possono durare in eterno la strada della Fondazione sembra quella più azzeccata. I tecnici del ministero sono già al lavoro ed entro un mese dovrebbero sottoporre al ministro un progetto di massima, che prevede la compartecipazione degli enti loca-li. Lo soluzione della Fondazione, oltre che rendere più agili le pratiche, potrebbe garantire agli scavi di Pompei un flusso costante di risorse economiche, visto che i privati potrebbero entrare a farne parte. Questo servirebbe a evitare gli errori commessi nel passato. «Guzzo, nei suoi 15 anni di sovrintendenza», sostiene il deputato del PdL Giovanna Petrenga, ricostruendo la gestione dell'ex sovrintendente archeologico di Pompei, «ha ricevuto, nel tempo, dal ministero dei Beni Culturali 60 milioni di euro, dei quali 20 furono utilizzati solo per il rifacimento dei suoi uffici. La restante parte», spiega l'esponente della maggioranza, «non fu mai spesa restando inutilizzata nelle casse fino a compimento del suo mandato. Da sottolineare che nei 15 anni di Guzzo gli scavi di Pompei erano totalmente privi di bagni per turisti, costretti quindi a usare in caso di bisogno la toilette di un bar, per giunta abusivo; e c'era la continua presenza di guide non ufficiali e di cani randagi che si erano totalmente impossessati degli scavi, facendo diventare quel patrimonio la loro cuccia». Situazioni di degrado e disagio che la gestione Bondi ha provveduto a sanare, intervenendo sulla logistica del polo museale a cielo aperto e bonificando l'area occupata dai randagi. Certo, tutto è perfettibile, anche a Pompei si può, e si deve fare di più, e anche un ministro-sindaco avrà i suoi punti critici Ma prima di giocarsi l'immagine dell'Italia per un mero tornaconto politico, converrà attaccare il ministro, non Pompei.