L'avvocato dello Stato si era richiamato all'eruzione del 79 dopo Cristo La Corte dei conti: non c'era emergenza MILANO «Sebbene la situazione di criticità dell'area archeologica di Pompei non sia di per sé riferibile a recenti calamità naturali, gli eventi eruttivi del 79 dopo Cristo non ci permettono di escludere i presupposti per la dichiarazione dello stato d'emergenza». Lo scorso 20 luglio Giacomo Aiello ci ha provato. In fondo un bravo avvocato deve essere anche capace di sostenere tesi ardite. Ma per il consigliere giuridico della Protezione civile quella che propugnava l'impossibilità degli enti locali di garantire da soli la salvaguardia del patrimonio culturale degli Scavi perché alcuni anni fa, 1.931 ad essere pignoli, «si è verificato il noto disastro ambientale», si presentava piuttosto in salita. Nella stessa udienza davanti alla Corte dei conti, i rappresentanti legali del ministero della Cultura volavano più basso, sostenendo che la dichiarazione dello stato di emergenza per l'area archeologica di Pompei era dovuto «allo stato di disordine del sito, nonostante l'impegno encomiabile del Sovrintendente a razionalizzare l'azione amministrativa e la gestione per garantire servizi efficienti». La delibera emanata il 10 agosto non premia gli sforzi fatti dagli avvocati per giustificare i due anni di gestione del sito sotto l'ombrello della Protezione civile. Le ordinanze seguite alla dichiarazione dello stato d'emergenza, «dedicate in tutto o in parte alla situazione della predetta area archeologica» sono da ritenersi «illegittime». In pratica, la Corte dei conti stabilisce che l'intera gestione 2008-2010 degli Scavi di Pompei «non sembra rispondere all'esigenza di tutelare l'integrità della vita, dei beni, degli insediamenti e dell'ambiente dai danni derivanti da calamità naturali, da catastrofi o da altri grandi eventi, che determinino situazioni di grave rischio». Alla fine si torna sempre a quel nodo, all'ampliamento dei poteri e delle competenze della Protezione civile deciso dal governo nel 2008. C'è una coerenza, nell'indirizzo della Corte dei conti, che nelle sue sentenze ha più volte contestato la patente di «Grandi eventi» e di «Grave pericolo» il decreto su Pompei risale al 4 luglio 2008 che rendono possibile alla Protezione civile l'emissione di ordinanze svincolate dal controllo preventivo dell'organo che si occupa di certificare le spese pubbliche. Anche qui, i magistrati contabili escludono la natura di atto politico non sindacabile della dichiarazione dello stato d'emergenza. Su Pompei, poi, nessun dubbio. «In molte delle iniziative autorizzate con le ordinanze in questione non si ravvisa la presenza dei presupposti di emergenza». Tra queste iniziative autorizzate e gestite dalla Protezione civile c'è anche la mostra dal titolo «Pompei e il Vesuvio, scienza, conoscenza ed esperienza», che costituisce uno dei capisaldi dell'esposto presentato alla procura di Torre Annunziata dalla Uil, per via del costo finale, 619.000 euro incassati da Comunicare organizzando, «una delle società più impegnate dalle strutture della Protezione civile attraverso affidamenti e incarichi diretti», così si legge nella denuncia. La Corte dei conti si limita a ribadire che «il rilancio dell'immagine del sito archeologico nel contesto nazionale e internazionale» citato nell'ordinanza della Protezione civile come principio fondante della mostra, non rientra nelle competenze del Dipartimento, neppure in quelle «allargate» sulla gestione degli eventi straordinari. «Pur dando atto che la situazione dell'area archeologica e delle zone circostanti presenta aspetti di criticità, non sembra che sia possibile ritenere giustificato l'intervento della Protezione civile». La Corte dei conti conclude così, sottolineando come nessuna delle ordinanze in questione risponda a criteri di «grave danno o rischio». Ormai è andata, scrivono i giudici con malcelata irritazione. La delibera è anche una ammissione di sconfitta, ogni tanto tergiversare paga. La Corte chiedeva da più di un anno di ricevere la documentazione di ogni singola ordinanza dal ministero della Cultura e dalla Protezione civile. Risposta sempre negativa, in nome dello «stato di emergenza», al punto che solo una volta che esso si è concluso, lo scorso 30 giugno, è stato possibile recuperare gli incartamenti. Fuori tempo massimo, naturalmente. «Non può ignorarsi che, di fatto, tutti i provvedimenti di cui è stata chiesta (inutilmente) la trasmissione al controllo preventivo di legittimità hanno già compiutamente esaurito la loro operatività. Occorre domandarsi se abbia ancora senso sottoporre in via postuma quegli atti a un controllo che, per definizione, dovrebbe essere preventivo». Come a dire che, ancora una volta, si riesce ad intervenire, ma soltanto a buoi ampiamente scappati dalla stalla.