Il ministro per i Beni culturali dice che andrà agli stati generali in programma a Milano. Forse si aspetta che la solita vetrina antiberlusconiana dei maestri del pensiero accreditati a sinistra ceda il passo a "idee italiane" da discutere e magari rilanciare? "La cultura italiana dovrebbe poter offrire indicazioni e proposte serie per il futuro del paese", dice Sandro Bondi al Foglio. "Se questa è l'intenzione, bene. Ma per farlo dovrebbe prima liberarsi dal peso asfissiante dell'ideologia che impedisce di comprendere la realtà e in genere spinge alla faziosità e persino all'intolleranza. Personalmente, temo ogni impegno culturale militante che non produca alcunché in termini di creatività personale, e ancora meno in termini di responsabilità pubbliche". Giudizio severo. Eppure i promotori degli stati generali fanno di tutto per essere o almeno apparire pragmatici: capire, quantificare, osservare, proporre sembrano le loro idee-guida. Cercano, nelle intenzioni, di contrastare il disinteresse di larga parte della società italiana verso le idee, le innovazioni e in generale la cultura. "Oggi assistiamo - dice Bondi - a una specie di corto circuito tra cultura e politica; la cultura tracima di continuo nella militanza politica, rinunciando al dovere della conoscenza, alla riflessione, al ragionamento. E in questo trova un sostegno nei media che drammatizzano le notizie, soprattutto quelle negative. La politica, perciò, non ha bisogno della cultura, non ottenendo da essa nulla di più che mera merce ideologica. Di conseguenza è spinta a staccarsi sempre di più dalla cultura, nel senso di conoscenza e di valori utili a orientare l'azione del governo. Per tornare a stabilire un legame virtuoso, è necessario che la cultura offra un contributo alla conoscenza e all'interpretazione della realtà, e la politica si elevi rispetto alla mera gestione del potere". In questo senso, forse, un osservatorio permanente sullo stato della cultura italiana sarebbe d'aiuto. "E' una giusta preoccupazione, quella di passare in rassegna i dati della cultura. Potrà servire a valutare l'apporto che la cultura offre allo sviluppo del nostro paese, e individuare nel contempo le soluzioni migliori non solo per conservare il nostro patrimonio storico, ma anche per sostenere innovazione e ricerca sia nelle scienze naturali che nelle scienze umane". Un tema più che maturo è quello degli incentivi fiscali al contributo dei privati per la conservazione e gestione dei beni culturali, e la promozione delle attività di cultura. "Certo. Magari si scendesse nei particolari e ci si attrezzasse per questo. Potrebbe avvenire sia attraverso la defiscalizzazione, come succede in altri paesi, sia attraverso la partecipazione diretta alla gestione di istituzioni culturali, per il tramite delle Fondazioni", risponde il ministro. "Da tempo, del resto, sto lavorando in questo senso col direttore generale Mario Resca alla costituzione di fondazioni aperte all'adesione di privati, sia italiani sia stranieri, per la gestione dell'area archeologica di Pompei e la Pinacoteca di Brera. Riguardo, invece, alla rete dei musei statali, presto vareremo una riforma che separerà il ruolo dei soprintendenti da quello dei professionisti della gestione e della valorizzazione, chiamati a operare secondo criteri manageriali. Per un ministero tecnico come il nostro, nato a metà degli anni Settanta ma cresciuto su se stesso in modo esponenziale, si tratta di una riforma epocale, che separa il ruolo della tutela, affidato in esclusiva ai soprintendenti, da quello della gestione e della valorizzazione del patrimonio, affidandolo ai professionisti della gestione manageriale".