Il business milionario dei cartelloni sui monumenti è in netta ripresa nel 2010 E il Comune ne trae vantaggio: incassa la metà dei soldi È uno dei pochi canali in ripresa. Bergamaschi: «Non siamo noi a oscurare i monumenti» Dopo la sollevazione da Oltreoceano contro 1' "oscuramento" del Ponte dei Sospiri a Venezia, il ministro Sandro Bondi ha promesso di rivedere i criteri per le maxipubblicità sui monumenti. Chiarendo, però, che per restaurarli degli sponsor non si può fare a meno. Lucio Bergamaschi, nel settore da anni, da due con una nuova società, Neopolis, è uno dei concessionari di grandi affissioni, non più di una decina, che si spartiscono la piazza milanese. Roba sua i sette grandi impianti che perimetrano l'area del cantiere Citylife, e roba "sua" anche mezzo milione di euro dei 25 che è costato l'ultimo lotto del restauro appena completato di Palazzo Reale. Come è messo il mercato delle maxiaffissioni? «Distinguiamo i volumi dai prezzi. Nel primo caso c'è una netta ripresa: dall'inizio del 2010 tutte le rilevazioni sulle vendite indicano tre trimestri molto positivi rispetto alla caduta verticale del 2009, un annus horribilis che ha fatto saltare diverse aziende». E i prezzi? «Quelli, ahimé, non sono risaliti. È una dinamica costante, la loro ripresa è più lenta». Quanto si è perso rispetto a prima della crisi? «Per le maxiaffissioni, che hanno sempre venduto, un 30-40: se uno spazio in centro prima costava 120-150 mila euro adesso ne vale 70,80,90 mila». Al mese? «Certo. Dieci anni fa vendevi anche due o tre mesi, adesso è raro che il cliente ne compri più di uno di fila, se il secondo non è scontatissimo, o se non si tratta di gennaio e agosto, considerati invendibili». Il prezzo dipende dalla posizione. «E varia molto anche nel giro di pochissimi metri. Conta la visibilità. che dipende da fattori oggettivi: basta girare un angolo e non sei più in piazza San Babila». Le zone più ambite? «In generale quelle pedonali e di pregio. A Milano la prima scelta è piazza San Babila, poi il Duomo, poi le zone della movida. Fuori dalla cerchia dei Navigli i maxiteli non si vendono. Il numero di contatti non è il criterio principale. Conta il prestigio della posizione, un valore imponderabile ma che il mercato valuta, e parecchio». Una dimostrazione di forza. Chi sono i clienti? «La moda, che ci ha investito per prima, anche se oggi, rispetto ai tempi della Milano da bere, è costretta a fare i conti con i bilanci. Poi l'automobile,mente i tecnologici sono quasi spariti». Le maxiafissioni stanno meglio o peggio del resto della pubblicità? Decisamente meglio: insieme alla radio e a internet sono i soli canali col segno positivo. E' un problema di visibilità: in una grande città la gente passa molto tempo fuori casa, in centro passa e ripassa. La tv si guarda solo la sera». Lei lavora su cantieri pubblici, su cantieri privati in convenzione come Citylife, su edifici privati. Cosa rende di più? «La redditività dipende dalla posizione. Personalmente, sono più contento se il canone va al restauro. Quando è stato inaugurato Palazzo Reale ho provato una punta d'orgoglio, perché con la pubblicità affissa nel 2006 abbiamo finanziato una parte dell'ultimo lotto dei lavori». E le polemiche? «Non è la pubblicità a occultare i monumenti, ma il restauro, che con la pubblicità è meno oneroso: a parità d'impacchettamento, c'è un vantaggio per la collettività».