Dunque, non deve certo mettere in apprensione la presunta cattiva sorte di questo o di quelloperatore della cultura pubblica subalpina quando anche per lui si propone linterrogativo lottizzatorio e finale del: "Per chi suona la campana?". Ma se, subito dopo, si è capaci di prescindere dalle storie personali e dalle meschinità di questa o quella situazione, allora diventa invece importante cogliere ciò che sta dietro quegli "assassinii manageriali": le trame del potere, gli intrecci affaristici (vogliamo dirlo, visto che a Torino cè chi descrive quel settore come fonte di posti di lavoro e di stabilità occupazionali addirittura superiori alla Fiat?), lequilibrio nascosto di cose ben più volgari della cultura che le copre. Prendiamo il caso, ad esempio, di Paolo Verri: rimosso di recente dai suoi importanti incarichi nellorganizzazione dei festeggiamenti dei 150 anni dellUnità dItalia, dapprima per espressa volontà del leghista Roberto Cota e poi anche con il consenso bipartisan dei suoi antichi "protettori" in casa Pd. Qui non è certo questione di compiangere il povero Verri (per lui stipendio e paracadute si chiamano già Museo dellAutomobile) e neppure di dolersi per la perdita irreparabile di un talento: coloro che lo conoscono da vicino, infatti, sono perfettamente informati su chi è stato, per oltre un decennio, il suo "padrino". Pronto a proporlo per ogni incarico e ad esaltare continuamente quellentusiasmo tenero e ingenuo che Verri manifestava in ogni suo discorso e in ogni suo scritto per «una Torino bellissima, rinnovata e grande città della cultura e del turismo». Poco importano infatti i meriti e i demeriti di Paolo Verri (e quanto i primi fossero inferiori ai secondi), ciò che resta da capire è invece quanto di ben più grave sta accadendo attorno ai famosi "150 anni", dopo lapprodo del centrodestra alla guida della Regione. Perché tanti cambiamenti di ruoli e di vertici? Perché non va più bene Verri e perché (cosa ben più grave) non va più bene neppure Vittorio Bo? E perché tutto finisce ancora una volta nelle mani di un antico "boiardo" della cultura pubblica, un "servitor di due, tre, cento padroni", uno passato dalla cellula universitaria del Pci alle giunte rosse degli Anni Settanta, dal fiancheggiamento tecnico-politico dellincultura di Enzo Ghigo alla ritirata strategica (frutto dellancestrale memoria marxista-leninista) durante la giunta Bresso (in quel caso il paracadute fu la Reggia di Venaria), per finire allattuale servaggio del "Sole celtico". Con Venaria che cessa di essere solo un grande edificio, una scommessa ancora tutta da riempire, una straordinaria sfida culturale, e diventa invece un centro di potere "extra ordinem" per il quale tutto passa e con il quale tutto si intreccia (e tutto si tiene) e allombra della cui prassi amministrativa si rimodellano, come la plastilina, moltissimi comportamenti pubblici. È solo la grande voglia della Lega Nord di riscrivere anche la memoria del Risorgimento e delle sue celebrazioni? O è qualche cosa di più e di molto diverso? O sono solo le ubbie autunnali di una stagione di fine corsa che, sul problema della cultura pubblica, del suo finanziamento e della sua gestione, sta offrendo uno spettacolo scellerato e immorale? Chi ha avuto modo di leggere il ricorso presentato al Tar Piemonte (ormai la panacea obbligata di tutti i mali subalpini) dal professor Vittorio Barosio, per conto dei concorrenti esclusi dalla gara per lallestimento della fetta di celebrazioni risorgimentali destinate alle ex Ogr, esclude con molta sicurezza che tutto ciò stia accadendo solo perché il Carroccio di Cota spera di ripetere e in grande, proprio a Torino, la "rimarchiatura" dellItalia: come è avvenuto nella scuola di Adro.