ho letto l'articolo-intervista all'architetto Pinna (reso forse un po' troppo sbrigativamente col titolo "è ora di tornare a costruire") e gli interventi che ne sono seguiti che a mio parere non hanno colto il cuore della riflessione cui Pinna mirava. Probabilmente proprio il titolo e la concomitanza dell'articolo con la presentazione del numero di Casabella 793, in cui si rievocano (nobilitandoli) il Piano Fanfani degli anni 50 e le esperienze Ina Casa (fra cui il "Biscione" di Genova) hanno indotto a banalizzarne o, peggio, a fraintenderne il pensiero quasi si trattasse di un tecnocratico (e, insieme ingenuo) invito a riprendere la costruzione di Piani di zona 167 qua e là per la Liguria! Ma non è affatto questo il senso della questione posta, che, a mio giudizio, va più correttamente intesa secondo i seguenti due interrogativi: - È utile, se non addirittura necessario, che si apra un confronto su un progetto strategico di sviluppo e di crescita del modello insediativo residenziale e produttivo in Liguria? - Se sì, quali possono - devono - essere i tratti salienti di questo modello per essere realmente competitivo e alternativo a quello dominante negli ultimi quarant'anni? Al primo interrogativo io rispondo di sì. È giusto farlo questo confronto e farlo il prima possibile. Perché non farlo, accontentandosi degli anatemi contro il cemento o rifugiandosi nella nostalgia del paesaggio ligure pre-industriale (o "pre autostradale" che rende altrettanto l'idea) è un modo per incidere poco o nulla sulla realtà dei fatti che continuano imperterriti (crisi permettendo) a riprodurre, dagli anni 60 ad oggi, il modello commercialmente e culturalmente vincente: la costa che tende a saturarsi di seconde case e l'entroterra che si spopola e si inselvatichisce. Non voglio dire che finora nessuno si sia sforzato di correggere e diversamente orientare questo modello insediativo. Una simile affermazione proprio da parte mia (che da oltre dieci anni dirigo il Dipartimento Urbanistica della Regione) sarebbe ben bizzarra! E dunque è certo che almeno per quanto mi riguarda, sono da ricordare l'importanza degli sforzi fatti e in corso da parte della Regione: il Piano della Costa, il Piano Paesistico Regionale, la recentissima proposta di variante del Piano Paesistico per salvare i tratti costieri non insediati ancora visibili e godibili come tali, il progetto Aurelia e i tanti "altolà"? che non fanno notizia ma sono ben più numerosi e più importanti dei casi di "denunciata cementificazione" che arrivano agli onori della cronaca - introdotti correggendo i Piani urbanistici o i singoli progetti. Ma il solo strumento del vincolo, della "bocciatura" e della "resistenza" alla pressione insediativa non basta e soprattutto non produce una dinamica virtuosa e creativa all'interno della collettività (impedisce il peggio ma non stimola il meglio). Quindi, ben venga il confronto su come dar vita a un modello insediativo diverso da quello oggi vincente, che faccia leva sulla identità e la bellezza del nostro paesaggio sia costiero che dell'entroterra, ma non sia dominato dalla cifra della "conservazione a tutti i costi" e della "paura del nuovo" che solo illusoriamente salvano dai mostri edilizi e dalla decadenza del territorio. Al secondo interrogativo (quali possono essere i tratti salienti di questo modello?) rispondo a mia volta con qualche riflessione. Nessuno di noi ha la ricetta pronta tutta intera, ovviamente. Ma non mi fermerei - d'accordo con Pinna - alle sole risposte "politicamente corrette". È evidente che una parte del problema può trovare soluzioni attraverso una buona politica di riuso e recupero delle parti di città in necessitata trasformazione (le aree produttive dismesse). Ma non sempre è opportuno che quelle aree vengano re-insediate e non sempre i costi consentono di rispettare i canoni di qualità o di "leggerezza" del nuovo insediamento che tutti vorremo. E allora? E ancora, è certo che ci sono nell'entroterra esempi virtuosi (e fortunatamente in lenta ma sicura espansione) di recupero di nuove attività e di insediamenti agricolo-turistici compatibili e di prospettiva . Le Aree Parco sono diventate una fucina attivissima al riguardo. Alcuni imprenditori sono lodevoli e qua e là spuntano coppie o cooperative di giovani in questo caso davvero alternativi! Ma sono esempi così significativamente generalizzabili per recuperare l'entroterra? Per dare una risposta competitiva alla città e alla redditività della seconda casa in area costiera? Dunque dice Pinna - ed io concordo pienamente - non limitiamoci solo a ribadire quanto già sappiamo. Teniamo il buono di queste esperienze ma non sottraiamoci al coraggio e alla responsabilità professionale e culturale di misurarne tutti i limiti, investendo in un pensiero collettivo creativo e aperto a recepire suggerimenti utili da altre esperienze. Lo stimolo di Renzo Piano per il waterfront andava in questa direzione e nonostante tutto (e qui ognuno è libero di pensare quale sia il suo "nonostante"!) ha prodotto ricadute positive per una riflessione più ampia di quanto non eravamo abituati a fare sul futuro di Genova e del suo porto. Ci sono quindi tutte le premesse per pensare che uno sforzo collettivo anche da parte degli urbanisti e degli architetti a declinare cosa possa essere il modello "Connecticut" per la Liguria, possa fare emergere spunti e soluzioni urbanistiche e insediative assai più positive e sostenibili per il futuro dell'intero modello insediativo della nostra regione di quanto non siamo comunque attualmente nella situazione di dover "digerire". Franco Lorenzani è direttore generale del Dipartimento Pianificazione Territoriale e Urbanistica della regione Liguria.
Pensiamo a costruire un modello di liguria: il dibattito sull'urbanistica
L'autore legge un articolo-intervista con l'architetto Pinna e segue gli interventi successivi. L'autore critica la mancanza di un confronto su un progetto strategico di sviluppo e di crescita del modello insediativo residenziale e produttivo in Liguria. L'autore sostiene che è necessario fare un confronto per creare un modello insediativo diverso da quello dominante negli ultimi quarant'anni. L'autore menziona gli sforzi della Regione Liguria per salvare i tratti costieri non insediati e per promuovere il recupero di aree produttive dismesse.
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