Il docente universitario critico: «In quelle costruzioni il fallimento dell'urbanistica e della politica» "E'difficile immaginare un interesse culturale su un'opera che ormai è universalmente considerata il simbolo stesso di Gomorra in tutte le sue accezioni negative». Bernardo Secchi, docente di Urbanistica all'Istituto universitario di architettura di Venezia non nasconde stupore e contrarietà, all'ipotesi di apporre un vincolo culturale sulle Vele di Scampia da parte della Soprintendenza di Napoli. Professor Secchi cosa c'è che non va nelle Vele di Scampia? «Ribalto la domanda e chiedo: cosa c'è di culturale in quegli edifici che sono l'immagine stessa del degrado urbano e il fallimento di un certo modo di concepire l'edilizia sociale e popolare? Io credo proprio nulla. Meglio abbatterli, dunque, anziché tutelarli. Penso tuttavia che l'abbattimento debba essere l'extrema ratio. Sarebbe meglio attuare un serio piano di riqualificazione dell'intero quartiere. Demolire una struttura significa, alzare bandiera bianca, ammettere di non essere riusciti in questo intento ma mi rendo conto che per fare ciò servono parecchi soldi e la mancanza di risorse è, forse, alla base del fallimento del progetto iniziale delle Vele». Come è stato possibile sbagliare l'impostazione urbanistica di un quartiere di nuova progettazione? «Le Vele scontano diversi errori progettuali e soprattutto politici. Come il Corviale di Roma o altri palazzoni-alveari rappresentano il fallimento di un'utopia urbanistica in voga negli anni Sessanta e Settanta. Grandi complessi residenziali come le Vele possono sopravvivere solo se dotate di adeguate strutture di socializzazione, proprio quelle che sono mancate a Napoli ma anche in altre città come Roma o Palermo. Le risorse erano scarse e quindi si è preferito costruire prima le case ma poi i relativi servizi non sono mai arrivati». Come è possibile che le Vele siano diventate la principale piazza di spaccio d'Italia? «Non ci è voluto molto. Se un intero quartiere è abitato solo da ceti sociali meno abbienti è facile perla camorra reclutare manovalanza a basso costo e installare li un vero e proprio quartier generale spesso impenetrabile anche alle forze dell'ordine». Lei è stato consulente perla ricostruzione post-terremoto a Napoli durante la giunta Valenzi. II problema abitativo in città è ancora molto sentito. Da dove ripartire? «Bisogna guardare al modello francese della mixité, ossia della mescolanza: è necessario integrare l'edilizia popolare con quella di mercato. A Parigi gli alloggi popolari non possono superare il 30 per cento in ogni quartiere. Solo così si evita la costruzione di nuovi ghetti. E poi bisogna abbandonare le grosse cubature costruendo edifici più a misura d'uomo ma, prima ancora delle case, è necessario realizzare luoghi di socializzazione».