Tutti gli edifici - e ovviamente tra questi le Vele di Scampia, da anni al centro del dibattito - nascono per una determinata funzione, anche se a volte la cambiano nel corso del tempo. In alcuni casi, però, può capitare che alcune architetture comincino a vivere non più per corrispondere alla ragione per la quale sono state edificate ma per rappresentare qualcosa d'altro, un simbolo. Una nuova dimensione, una sorta di metalinguaggio, si affianca a quella reale. Per divenire presto l'unico spazio in cui quell'edificio continua ad esistere, a essere riconosciuto come tale, indipendentemente dal ruolo che svolge, o le funzioni cui assolve. È questo il destino delle Vele progettate da Franz Di Salvo a Secondigliano tra il 1962 e il 1975. Sin da subito la silhouette a «ziggurat» dei nuovi edifici, cominciò a stagliarsi, nelle immagini e rappresentazioni non meno che nella realtà, sullo sfondo dei più tradizionali e coevi complessi della 167, con tutta la forza eversiva del gesto del suo autore. Divenendo emblema dapprima di un tentativo di riscatto, architettonico ed urbano, rispetto alla normale produzione di edilizia economica e popolare, ben presto del fallimento proprio delle sperimentazioni più audaci, utopiche. Non è forse un caso che, a partire da allora, volendo rappresentare il degrado, ma prima ancora l'alienazione tipica delle moderne periferie metropolitane, si siano consolidate nell'immaginario collettivo le visioni del quartiere Zen a Palermo, del Corviale a Roma, della Vele a Scampia. Come dire, paradossalmente, l'opera di alcuni tra i migliori progettisti di quelle stagioni, da Vittorio Gregotti a Mario Fiorentino, a Franz Di Salvo appunto. A dare il colpo di grazia definitivo, alla credibilità e alla dignità architettonica delle Vele ci hanno pensato alcuni ambientazioni cinematografiche, da «Le occasioni di Rosa» di Piscicelli al più recente «Gomorra». Con quest'ultimo, in particolare, si è saldata l'identificazione Vele-habitat naturale del «genere camorristico». Nel frattempo gli edifici, quelli spogliati delle valenze simboliche o degli accenti ideologici, abbandonati ad un inesorabile destino di degrado e obsolescenza, sono stati oggetto, contemporaneamente - e forse un po' paradossalmente - di proposte ora di demolizione, ovvero di restauro e riqualificazione. Da ultimo arriva la proposta della Soprintendenza ai beni architettonici di Napoli di dichiarare il «complesso storico-architettonico-urbanistico progettato dall'insigne architetto Franz Di Salvo» di interesse culturale. E' facile profetizzare quanto questa, per altro del tutto legittima, iniziativa della Soprintendenza farà riemergere polemiche e scontri tra i fautori del recupero degli edifici e coloro che ne hanno sostenuto, in tutti questi anni, la necessità della demolizione. La quale a questo punto, verosimilmente si allontana definitivamente dall'orizzonte dei programmi comunali, senza con questo risolvere i problemi urbanistici, edilizi, sociali, che da alcuni decenni segnano l'esistenza quotidiana degli abitanti di Scampia. Nella naturale separazione di ruoli e competenze, dentro le quali all'organo periferico del ministero peri Beni e le attività culturali spetta il compito di tutelare e salvaguardare il patrimonio architettonico della nazione e al Comune di pianificare il territorio e governarne le trasformazioni, è però auspicabile un maggiore coordinamento, dentro quello spirito di leale cooperazione più volte, e in più sedi, richiamato. Armonizzando le azioni, finalizzandole verso un esito condiviso, allo scopo di promuovere i territori e migliorare la qualità della vita delle popolazioni insediate. Troppe volte, ancora di recente, da Bagnoli al waterfront portuale, alla dismissione del patrimonio comunale si è assistito una divaricazione di vedute e di comportamenti che, ripeto, se condivisibili sul piano delle distinte responsabilità, per non essere state preventivamente valutate, e confrontate, producono ricadute paralizzanti nella realizzazione di progetti, a volte anche strategici per il futuro della città. È però un fatto che, anche senza l'iniziativa della Soprintendenza, l'intero programma di recupero e riqualificazione delle Vele, con la sostituzione edilizia e nuovi alloggi, le piazze della solidarietà e telematica, gli insediamenti universitari, segni il passo, tra ritardi realizzativi, mancanza di risorse finanziarie, ripensamenti e qualche dubbio. Sarà forse il caso di riaggiornare, realisticamente e rapidamente, il progetto, questa volta però in presenza di tutti i soggetti, potenzialmente chiamati ad esprimersi, o portatori comunque di visioni, interessi, punti di vista. Per evitare che, in caso contrario, questo accada dopo, con il risultato, ormai una costante per Napoli, di interrompere anche quello che, faticosamente, si era avviato.
Napoli, Vele di Scampia. Da ecomostro a monumento. Le Vele non vanno abbattute
Le Vele di Scampia, progettate da Franz Di Salvo tra il 1962 e il 1975, sono un complesso di edifici che sono diventati un simbolo della periferia di Napoli. Inizialmente progettati per rappresentare un tentativo di riscatto architettonico e urbano, sono stati successivamente utilizzati per rappresentare la degrado e l'alienazione delle periferie metropolitane. Negli ultimi anni, gli edifici sono stati oggetto di diverse proposte, tra cui la demolizione, il restauro e la riqualificazione.
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