Napoli, 1 ott (Il VelinoIl Velino Campania) - Niente di nuovo sotto il sole. Le polemiche sui musei e i finanziamenti al mondo della cultura a Napoli e in Campania vengono sollevate da anni. Già nel 2007 articoli di cronaca sottolineavano la mancanza di un indirizzo comune tra gli esponenti politici, divisi tra sostegno ai grandi musei e promozione delle piccole realtà ancorate al territorio, da lanciare nella prospettiva globale. "Il problema è capire, al di là della cifra spesa, quali siano la logica e il progetto di insieme", denunciava per esempio Giuseppe Reale, presidente dell'associazione 'Oltre il Chiostro'. Si scommetteva sulla cultura come volano dell'economia, ma senza una strategia unitaria. Ieri come oggi, nell'occhio del ciclone c'era il museo Madre: si discuteva dell'acquisto da parte della Regione Campania del cavallo di Mimmo Paladino installato sul tetto della struttura guidata da Eduardo Cicelyn, su segnalazione della fondazione Donnaregina per le arti contemporanee promossa dall'ente di Santa Lucia. Costo dell'operazione 300mila euro, iva, montaggio e trasporto inclusi. Protestarono, tra gli altri, i piccoli musei 'trascurati' dalle elargizioni bassoliniane, come il Cam di Casoria, diretto oggi come allora da Antonio Manfredi. "Siamo un museo comunale senza finanziamenti pubblici, ci manteniamo con sponsor privati e tecnici, che spesso sono collezionisti: comprano le opere e finanziano il nostro lavoro. Per il Madre sono stati spesi 40 milioni di fondi europei", lamentava, aggiungendo poi che "La verità è che si sprecano moltissimi soldi". L'acquisto del cavallo di Paladino fu considerata in contrasto stridente con altre realtà che promuovevano l'arte contemporanea in Campania attraverso finanziamenti privati, come appunto il Cam. Nel frattempo era entrata in vigore la legge regionale che regolamentava la nascita di nuovi musei e il riconoscimento del cosiddetto 'interesse regionale', requisito imprescindibile per accedere ai contributi dell'ente campano, chiesto all'assessore competente che eventualmente lo approvava con una delibera. "La necessità di un cambiamento serio non riguarda solo i beni culturali, ma il rapporto politica-stato-paese - osservava ancora Reale -. Bisogna attivare meccanismi virtuosi che non rispecchino le regole, scritte o meno, delle nomine nelle pubbliche amministrazioni, ma aprano il mercato del lavoro ai giovani professionisti e diventino motore dell'economia della cultura".