Il provvedimento di restituzione è stato firmato. La ri-consegna dovrà avvenire nel più breve tempo possibile: la Conversione di Saulo di Michelangelo Merisi da Caravaggio, esposta senza autorizzazione alla mostra sul manierismo di Vittorio Sgarbi, inaugurata, tra molte polemiche, all'inizio di settembre nelle Fruttiere di Palazzo Te a Mantova (e astrusamente intitolata Le ceneri violette di Giorgione. Natura e Maniera tra Tiziano e Caravaggio) deve tornare a casa. In cambio del capolavoro, dopo un'estenuante trattativa con il ministero, il comitato organizzatore della mostra (e in primis il sindaco della città, famoso per aver cercato di sequestrare, alla scandenza del prestito, il Cristo Morto di Mantegna concesso dalla Pinacoteca di Brera alla precedente mostra sui Gonzaga) probabilmente otterranno il contentino di un altro dipinto del pittore lombardo. Sciolte le ultime riserve e sistemato il piccolo dettaglio della scelta dell'opera da dare in cambio, quasi che nel percorso della mostra un dipinto valga l'altro, basta che abbia il nome dell'autore, i carabinieri busseranno finalmente alla porta del palazzo costruito da Giulio Romano per Federico Gonzaga (e oggi di proprietà del comune di Mantova) per recuperare la delicata tavola di Caravaggio che non avrebbe assolutamente dovuto (e potuto) trovarsi in quelle sale. Il suo spostamento, infatti, era soggetto ad autorizzazione del ministero (come prevede l'articolo 21 del recente Codice dei Beni Culturali) il quale, sentiti i pareri degli istituti competenti e fatte le dovute verifiche, aveva espresso il suo diniego per ragioni di conservazione. Il dipinto sta bene dicono gli esperti, ma il suo supporto di cipresso è fragile, deve essere sostenuto maggiormente: pericoloso mandarlo troppo in giro. E in questo senso si erano già pronunciati in passato. Ciò nonostante, il dipinto aveva viaggiato lo stesso, e dopo qualche pudore iniziale (la mostra è stata effettivamente inaugurata senza la tavola) è saltato fuori dagli imballaggi ed è stato collocato al suo posto con tutti gli onori, i riflettori e gli assessori. Ma senza avere la legge dalla sua parte. L'opera infatti, la bellissima prima versione della Conversione di san Paolo, commissionata da un potente monsignore a Caravaggio per decorare, insieme alla Crocifissione di san Pietro, le pareti laterali della sua cappella a Santa Maria del Popolo a Roma (dove si può, per altro, andare ad ammirare la versione accettata, che rappresenta uno dei massimi successi pubblici del Merisi e uno dei capolavori della pittura moderna), proviene dalla collezione di una principessa romana, che certamente avrà il suo tornaconto a volerla esporre. Come tutte le opere di proprietà privata riconosciute di particolare importanza per il patrimonio culturale collettivo e per questo dichiarate di interesse storico-artistico o, come si diceva una volta, vincolate, il dipinto di Caravaggio è sottoposto alla legislazione di tutela. Legislazione che permette allo stato di garantire, attraverso l'operato dei suoi uffici, specialmente delle soprintendenze territoriali, la corretta conservazione (e valorizzazione) dei beni. Come è noto, la legge rispetta la proprietà privata, e il nuovo codice dei beni culturali (ispirato dallo stesso Vittorio Sgarbi quando era sottosegretario del ministro Giuliano Urbani) la protegge anche più di prima. La legge incoraggia i privati, fornisce loro dei contributi finanziari, delle detrazioni fiscali ma impone delle regole, pone dei limiti e detta delle prescrizioni. Ad esempio quella di chiedere l'autorizzazione a spostare, anche solo temporaneamente, un dipinto (a maggior ragione se esso fa parte di una collezione). Sgarbi naturalmente queste cose le sa benissimo e sa ancor meglio che davanti alla legge non devono esser fatte delle eccezioni. Non si tratta quindi di abuso di potere del funzionario o del dirigente, che il critico minaccia di denunciare, ma di un atto dovuto: del basilare esercizio della tutela, così come richiesto dalla Costituzione. Chissà cosa direbbe di questa imbarazzante vicenda Roberto Longhi, primo tra gli studiosi di Caravaggio, chiamato in causa dalla citazione di quelle tenui «ceneri violette» che poco servono a capire, ci sembra, il rivoluzionario pittore della luce (erede, semmai, dei valori lombardi di Foppa e di Savoldo) ma la cui opera, una qualunque beninteso, conclude il percorso della mostra mantovana.
BENI CULTURALI Un Caravaggio leva l'altro: la restituzione è obbligatoria
Il dipinto "Conversione di Saulo" di Caravaggio, esposto senza autorizzazione alla mostra "Le ceneri violette di Giorgione. Natura e Maniera tra Tiziano e Caravaggio" a Mantova, dovrà essere restituito al suo proprietario. La mostra, organizzata dal comitato di Vittorio Sgarbi, aveva esposto il dipinto senza l'autorizzazione del ministero, che aveva espresso il suo diniego per ragioni di conservazione. Il dipinto, che è una delle opere più importanti di Caravaggio, è stato trovato in condizioni delicate e il suo supporto di cipresso è fragile. Il ministero aveva richiesto l'autorizzazione per la sua esposizione, ma la mostra era stata inaugurata senza di essa.
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