24 ANNI DOPO IL TERREMOTO IN IRPINIA I giovani impegnati nel «Parco archeologico» di Conza, antico paese completamente distrutto dal sisma, raccontano la loro storia e la loro esperienza A 24 anni dal terremoto del 23 novembre 1980 ritorno in uno dei luoghi simbolo di quella tragedia, Conza della Campania, nel cuore dell'Alta Irpinia epicentro del cratere (una parola che non si usa più, grazie a dio). L'invito della Sovrintendenza ai beni archeologici e di un gruppo di nove giovani che hanno iniziato a lavorare come guide del Parco storico e archeologico della vecchia Conza, distrutta dal terremoto e abbandonata (oggi gli abitanti vivono nel nuovo paese, a due chilometri di distanza, al di là della strada statale Ofantina che porta verso Melfi e la Puglia) è l'occasione per raccontare la storia e l'esperienza di questi ragazzi. Ma è anche l'occasione per verificare come tanta della memoria del post-terremoto (volontariato politico e sociale di alta qualità, lotte per un lavoro libero, speranze per il futuro) sia andata perduta, sepolta dal tritasassi banale e tragico in cui ogni memoria, nel nostro paese, è stata cancellata negli ultimi anni. Con il rischio ovunque, anche nella piccola Conza, di non vedere più nessun filo storico, né con il passato remoto - la Compsa romana, i cui resti affiorano sotto le rovine della Conza recentemente terremotata - né con il passato più vicino. Fa davvero impressione questo vuoto di memoria nei giovani, anche se se ne intuisce la ragione più generale e se qualcuno dei giovani ne dà una spiegazione tutto sommato convincente. E così, quando ci avviciniamo alle rovine della vecchia Conza, dov'è l'ingresso del Parco, e iniziamo una lunga chiacchierata con loro, la prima cosa che mi viene da dire, quasi a mo' di provocazione, è che in fondo non stanno facendo nulla di nuovo. Ricordo che c'è stato un tempo, negli anni immediatamente dopo il terremoto e fin quasi al 1990, in cui centinaia di giovani (tra loro molte donne) avevano dato vita a un numero notevole di cooperative nel campo dei servizi e della produzione. Uno slancio nato da un nuovo attaccamento al territorio, quasi un desiderio di vendicare la tragedia subita rimboccandosi le maniche per dare una mano alla propria terra. Senza un quattrino Esperienze in gran parte fallite (le cooperative non hanno mai avuto il becco di un quattrino e questo ha ovviamente contribuito al loro disfacimento) che hanno lasciato delusione e risentimento alle spalle, che hanno costretto molti dei giovani protagonisti di allora, in gran parte impegnati in un lavoro massacrante, spesso senza guadagnare neanche una lira, ad andar via lasciando, come i padri e nonni, i propri paesi. Intanto iniziava l'avventura, in fondo misera rispetto all'enormità dell'investimento, dell'industrializzazione della zona terremotata (una delle venti aree è proprio localizzata a Conza): un'avventura forzata ed escludente, che ha lasciato fermi per anni l'agricoltura, i servizi per il turismo, il risanamento urgente dei centri storici - soprattutto dai guasti di una malintesa ricostruzione e della mancata costruzione di strutture culturali all'altezza del compito. Tutte cose sacrificate sull'altare di un'industrializzazione «staliniana» (per la qualità dei nuovi insediamenti e per il ritardo sui tempi della storia) che ha lasciato poche speranze e molti problemi. La generazione dei giovani conzani impegnati nel Parco è quella che ha introiettato tutte le contraddizioni della ricostruzione - senza per questo essere diversa da quella che si vede in giro per l'Italia di questi tempi. La prima a parlare è Marianna, 22 anni, studentessa universitaria: «C'è stata una rottura? Probabilmente sì. Il 1980, anche per lo spartiacque storico che ha rappresentato la tragedia vissuta, ha dato inizio a una nuova generazione, che comunque deve cercare e crearsi una sua strada. Sono vissuta, insieme agli altri della mia età, nell'insediamento prefabbricato costruito vicino alla diga. Lì era la nostra casa e come tutti i bambini abbiamo formato lì i nostri ricordi. Conza Nuova, invece, è il paese dove sono nati i bambini alla fine degli anni Ottanta. Cosa voglio dire con questo? Semplicemente che ci sono tre generazioni e tre ricordi diversi: una legata alla vecchia Conza, un'altra legata ai prefabbricati del dopo terremoto e l'ultima legata all'insediamento della Nuova Conza». Una storia bloccata «Dal 1990, sul piano delle speranze occupazionali e non, ci sono dieci anni di vuoto che non hanno dato un granché, come se la storia si fosse bloccata. Davvero per un lungo periodo di tempo non abbiamo visto niente muoversi nel territorio di Conza e dei paesi vicini. Negli ultimi anni, con il Parco e l'Oasi, si intravede un'apertura. C'è uno spiraglio di luce, e forse per questo ci entusiasmiamo, ma non troppo. E' dura - continua Marianna - unire generazioni che vedono le macerie del Parco in modo del tutto diverso. C'è la generazione più matura che ancora non trova una giusta elaborazione del lutto (è difficile vivere le macerie del proprio mondo, dove magari si sono perse le persone più care, come una cosa da visitare); un'elaborazione che forse nella generazione più anziana non avverrà mai. E c'è la generazione più giovane desiderosa di capire». Filomena, 29 anni, universitaria a Pisa, è molto ottimista: «Per me l'apertura del Parco, sia pure non terminato, è come un trionfo. Ci vedo una piccola rinascita, come se nel 1980 si fosse chiusa un'epoca e oggi se ne stesse aprendo un'altra». L'altra Filomena, un anno di meno, appena conclusa l'Accademia di Belle Arti e in attesa di trovare una sua strada, è un po' più prudente: «Il Parco è stato aperto in via sperimentale, quindi non mi faccio molte illusioni per il futuro, per adesso lo vivo così. Ma può essere un'occasione. Del resto la vita a Conza è davvero vuota per me, mi limito a frequentare qualche paese vicino quando sono qui». Giulio, 24 anni, studente di giurisprudenza, ha il gusto dell'analisi e la passione per la poesia (ha appena pubblicato in proprio un suo libro di versi): «Ho accettato questo lavoro perché unisco l'utile al dilettevole, passo l'estate, ma sono anche molto attaccato alla mia terra. Non conoscevo la storia antica di Conza e il corso di formazione è stato in questo senso molto utile. Sono stupefatto del passato del mio paese e quindi mi sento più forte nell'affrontare il futuro. Qui a Conza non ho conosciuto che emigrazione, emigrazione, emigrazione. Al Nord si fanno partecipi le persone delle cose e delle prospettive di lavoro, qui al sud tutto viene nascosto come se fosse cosa propria, c'è quella cultura recondita del non faccio io e non fai neanche tu'. Il terremoto, oltre a creare la paura del futuro perché tutto può sparire in un attimo, ha ricacciato ancor di più le persone nel privato perché ha stimolato una diffidenza verso la cosa pubblica (molti ci hanno mangiato sopra). Confesso che i miei progetti di vita sono altri, ma al Parco e a Conza ci tengo e mi piacerebbe investire parte della mia cultura». La mancanza di opinione pubblica e di spirito pubblico, questione atavica al Sud, riaffiora sempre nella discussione e riporta alla tragedia antica della dipendenza e del clientelismo. E' una preoccupazione dei ragazzi di Conza e il più anziano del gruppo, Michele Lariccia, 40 anni, fino a poco tempo fa operaio della Eurosodernic nell'area industriale di Conza, mette il dito nella piaga: «Sono entrato in fabbrica nel 1984, poi l'azienda è fallita e mi sono trovato disoccupato. Dopo i 40 anni è davvero dura in un territorio dove vige ancora la pratica della raccomandazione. Qui con la raccomandazione si fa tutto, senza non si fa niente. Due cose tuttavia mi hanno colpito in questo lavoro al Parco: una è il grosso successo di presenze e di visitatori quest'estate, l'altra è il disinteresse che i giovani mostrano verso la storia, vengono qui anche perché conoscono noi ma durante il tragitto sono presi da tutt'altre cose». «Il Parco funzionerà» Antonio, 22 anni, diplomato e unico non conzano del gruppo (viene dalla vicina Teora) è il più sintetico: «Se si apriranno delle possibilità di lavoro stabile mi farà molto piacere; intanto ho conosciuto meglio parte del mio territorio». Lina, 24 anni, studentessa universitaria, è la più ottimista, sia sul futuro del Parco che sugli amministratori del proprio comune: «Quando abbiamo iniziato avevamo grande curiosità di fare una cosa per il nostro paese e alla fine è piacevole avere contatti con la gente. Sono convinta che il Parco funzionerà: anzitutto perché c'è chi lo vuole e lo sostiene, poi perché penso che sia davvero una cosa importante. Per quanto mi riguarda, il mio tempo libero, anche al di là delle possibilità di essere impiegata qui, lo dedicherò al Parco». Anche Nunzia, 22 anni, diplomata, appare entusiasta: «E' il secondo anno che lavoro al Parco e ho visto la grande differenza dall'anno scorso a quest'anno. Allora era solo sperimentale, adesso è un progetto più grande. Questo Parco è davvero tutto per Conza, il resto è cornice». Nadia, 27 anni, universitaria, è quella che conclude: «Il mio vero paese, intendo quello in cui sono cresciuta, è l'agglomerato dei prefabbricati vicino alla diga. Considero la costruzione della Nuova Conza, per come è stata concepita, come l'equivalente di una strage. Da questo punto di vista forse il Parco ci può aiutare a uscire da una situazione, ma solo se viene vissuto nel senso dell'itinerario, del percorso turistico di molti comuni. Non ho ipotecato nulla su questa esperienza, sia chiaro, e forse non è neanche la prospettiva del futuro. Tuttavia è come se imparassi ogni giorno qualcosa di più, restando qui»