Poca carne al fuoco nel dibattito estivo sui beni culturali. Un dibattito, nei fatti, tutto incentrato sul tema della valorizzazione, compreso il restauro del Colosseo. Da una parte, chi nel Ministero preme per mandare in tournée per il mondo i nostri capolavori perché è così che si valorizza il patrimonio artistico. Dall'altra parte, chi, sempre nel Ministero, non vuole che ciò accada, invocando per quelle stesse opere la necessità di nuovi restauri (inutili, nella quasi totalità dei casi),ovvero invocando la necessità d'assicurarne il «pubblico godimento» nel luogo dove sono (punto di vista corretto solo quando non sia, come troppo spesso accade, ideologico e demagogico). Come si vede niente di nuovo sotto il sole. Al fondo della discussione c'è infatti il mito ottocentesco delcapolavoro che illumina, da solo, il buio dei cuori umani, cioè il solito ritardo culturale del settore: quello attestato dal sempre più frenetico succedersi di mostre di «capolavori», presunti o meno. Soluzioni alternative? Porre finalmente, e una volta per tutte, al centro della questione della tutela la Storia dell'Arte. Quindi chiarire in via definitiva che la specifica qualità del nostro patrimonio storico e artistico è nel suo essere indissolubilmente incardinato al paesaggio urbano e naturale in cui è andato stratificandosi in millenni. E concludere che proprio alla tutela dell'infinita rete di fatti storici e artistici che formano quel legame, unico al mondo per qualità estetica e pervasività ambientale, si deve provvedere se si vuole valorizzare in modo razionale e coerente il nostro patrimonio. Possibile che l'ovvietà di cui appena sopra sia sconosciuta al Ministero? Probabilmente sì. Almeno a giudicare dal fatto che mai il Ministero, da Spadolini in poi, ha varato una politica di conservazione del patrimonio artistico in rapporto all'ambiente, continuando invece a far coincidere la tutela con il restauro estetico, secondo una visione a dir poco dilettantesca del problema. Senza però escludere che al Ministero sappiano invece benissimo della centralità del problema ambientale ma sappiano anche che l'attuazione di una politica in quella direzione imporrebbe un recupero d'efficienza degli organi di tutela, quindi una loro radicale riforma. E che inoltre sappiano benissimo che una riforma in direzione ambientale andrebbe senz'altro a intaccare interessi consolidati e relative clientele. In primis, quelli della speculazione edilizia, da sempre benedetta da politica e scuole di architettura, non importa se al prezzo della devastazione ambientale dell'Italia sotto gli occhi di tutti. In sostanza, la vera ragione del non aver mai finora proceduto a una qualsiasi vera riforma del settore va imputata alla volontà del Ministero di evitare scontri di potere. Interni, con chi efficiente non è, né mai potrà esserlo. Esterni, con la speculazione edilizia. Quel che ha condannato il Ministero alla lentissima agonia che oggi è un sussulto di morte. Morte annunciata, tuttavia. Altro destino non poteva infatti esserci per un Ministero nato nel 1974, non in funzione di nuove e innovative politiche di tutela, ma per pure ragioni di potere burocratico. E che perciò continua tranquillamente a operare ai sensi della legge vigente, la 1089 del 1939, quasi che l'Italia da governare fosse rimasta quella del re e del duce. Tutto ciò fino al 2004, quando finalmente viene varato il nuovo Codice dei beni culturali, tuttavia anch'esso scritto non in funzione d'una nuova politica di tutela. Da qui la sostanziale continuità del nuovo Codice con la 1089 del 1939, da qui la condanna del Ministero a svolgere ancora oggi le proprie funzioni di tutela solo in negativo, com'era nella ratio della solita 1089. Una tutela fatta di divieti, vincoli, notifiche e quant'altre limitazioni d'uso, soprattutto rivolti al patrimonio privato, dando invece per «autotutelato» quello pubblico nel nome dello Stato etico (a parer loro!) fascista, ovvero continuando dilettantescamente a identificare il restauro con la tutela. E qui torno al restauro del Colosseo. Che, a leggere quanto se ne dice, sembra appunto andare nella direzione della rivelazione del capolavoro: nel caso, come è stato detto, un «capolavoro sconosciuto»: il Colosseo! Una rivelazione al cui centro, questa sarebbe la grande novità, non è il restauro del monumento, bensì la sua manutenzione. Tutto ciò adducendo la figura di Giovanni Urbani. Ora, chi davvero conosca il pensiero di Urbani sa bene come il suo progetto della «Conservazione programmata» sia agli antipodi d'un lavoro puntiforme (manutenzione o restauro che sia) su più o meno pretesi capolavori. Ancor più sa come sia a dir poco improprio ridurre la complessità filosofica, tecnico-scientifica, organizzativa e giuridica di quel pensiero in un'attività, la manutenzione, storicamente di routine: già nel 1543 alla Cappella Sistina viene istituita la figura del mundator. Così va il mondo. Anzi, l'ottocentesco mondo italiano dei beni culturali.
ROMA - Scoperto capolavoro: si chiama Colosseo
Il dibattito estivo sui beni culturali è incentrato sulla valorizzazione del patrimonio artistico, compreso il restauro del Colosseo. Alcuni sostengono che i capolavori dovrebbero essere messi in tournée per il mondo per valorizzarli, mentre altri ritengono che la manutenzione del luogo di origine sia più importante. Il problema è che il Ministero non ha una politica di conservazione del patrimonio artistico in rapporto all'ambiente, ma continua a identificare la tutela con il restauro estetico. Il restauro del Colosseo è un esempio di questo, con la figura di Giovanni Urbani che propone una conservazione programmata, ma che è stata ridotta a una manutenzione puntiforme.
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