Il professor Gerolamo Fazzini lancia l'llarrne sui danni provocati ai siti archeologici costieri da1l'attività umana In previsione del convegno su Erosione costiera nei siti archeologici , che si terrà il 2 e 3 ottobre prossimi all'Isola del Lazzaretto Nuovo, incontriamo il professor Gerolamo Fazzini, rappresentante legale Ekos Club , associazione di volontariato concessionaria dell'isola demaniale del Lazzaretto Nuovo, e presidente della sede di Venezia e consigliere nazionale di Archeoclub d'Italia . Inoltre, Fazzini è ispettore onorario del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Professore, sono in pericolo i siti archeologici nelle aree costiere? Siamo partiti dalla Laguna di Venezia, che si può considerare una vasta area archeologica sottoposta a fenomeni erosivi, ma poi abbiamo dovuto verificare che il problema dell'erosione è un tema nazionale e riguarda tutta la Penisola. I vari Soprintendenti per i Beni Archeologici che abbiamo invitato e che giungeranno da varie Regioni d'Italia, ci riferiranno in merito. Purtroppo non c'è solo il caso clamoroso di Kamarina, in Sicilia, dove la costruzione della diga di un porto ha causato correnti che stanno portando via le mura dell'antica città, importante colonia siracusana del V-III sec. a.C. In Italia ci sono molte altre realtà a rischio. Quali sono le cause principali dei fenomeni erosivi che investono i siti archeologici? Ancora l'uomo? La spiegazione di certi disastri è sovente imputabile proprio all'opera dell'uomo. Esistono molte testimonianze che mettono in luce come, con le modifiche al territorio, l'uomo ha fatto danni spesso irreparabili. L'Italia è ormai un paese ad altissimo rischio idrogeologico. Dopo secoli di pacifica convivenza tra uomo e ambiente, basta veramente poco per rompere l'equilibrio. Nel caso dei siti archeologici costieri, essi potrebbero rappresentare grandi risorse in termini di valorizzazione del patrimonio, ma dopo millenni di storia si trovano in molti casi minacciati da una incalzante erosione. Il moto ondoso può inghiottire in pochi anni decine di metri di costa e di reperti archeologici. Ci sono possibili rimedi e opere non impattanti per proteggere le coste dall'erosione e dal moto ondoso? Secondo i nuovi orientamenti di ingegneria idraulica costiera e ambientale, le coste e i siti archeologici costieri si possono proteggere in vari modi, con opere flessibili a basso impatto ambientale, come ripascimenti protetti, barriere frangiflutti soffolte, pennelli permeabili, geotubi, schermature, rivegetazioni, rivestimenti in legname e pietrame, burghe, buzzoni, ecc., che possono anche riqualificare l'ambiente naturale in cui il bene archeologico è inserito. Quali sono le aree costiere italiane o nell'Alto Adriatico a rischio? Sentiremo quanto ci diranno in particolare il Magistrato alle Acque e le Soprintendenze per i Beni Archeologici del Veneto e del Friuli Venezia-Giulia. Noi possiamo dire che anche in molte zone della Laguna nord di Venezia che si trovano intorno all'isola del Lazzaretto Nuovo, dove operiamo da quasi trent'anni, è in corso un processo di erosione, causato dal moto ondoso e dalle maree. Quando si distrugge una barena , che è il tipico terreno lagunare semi-paludoso periodicamente sommerso dall'acqua, spesso non scompare soltanto un ambiente naturale assai interessante da vari punti di vista floro-faunistici, ma anche una porzione di territorio dove spesso sono conservate importanti testimonianze archeologiche. In Laguna ci sono circa 250 siti sommersi di interesse archeologico entro un arco cronologico che va dal neolitico all'epoca moderna. Fino al XII-XIII secolo, ad esempio, intorno all'isola del Lazzaretto Nuovo, allora denominata Vigna Murada , c'erano vaste saline. Nelle secche e barene davanti a S. Erasmo ci sono argini-strada di epoca romana dove sono state trovate anfore e altri reperti. L'iisola stessa del Lazzaretto Nuovo è uno scrigno archeologico per certi versi a rischio, specialmente nei lati nord ed est costituiti da barene in erosione. Qui poi la situazione si complica con il problema dell'alta marea. Quando, superato un certo limite, l'acqua salata comincia ad entrare, sono minacciate sia la vegetazione secolare, come i gelsi del viale principale, sia le strutture del lazzaretto cinquecentesco. Ci può raccontare in breve la storia del Lazzaretto Nuovo? L'isola, non distante dal porto del Lido, nel Medioevo monastero benedettino conosciuto con il nome di Vigna Murada, dalla metà del XV secolo ospitò un Lazzaretto detto Novo per distinguerlo dall'altro, il Lazzaretto Vecchio (che aveva funzioni di ospedale per gli ammalati di peste), divenendo luogo di quarantena per le navi della Serenissima sospette di contagio. Il principale edificio, il cinquecentesco Tezon Grande , conserva ancora alle pareti scritte e disegni originali che ricordano la presenza di mercanti e guardiani del Magistrato alla Sanità e costituiscono un originale corpus storico-epigrafico, oggi in restauro grazie ad un contributo Unesco. In epoca moderna fu usata per scopi militari e quindi abbandonata. Vincolata, è una delle poche isole minori della Laguna di Venezia ad aver conosciuto una decisa azione di recupero grazie in particolare ai restauri del MiBAC e del Magistrato alle Acque di Venezia. Da anni è in concessione all'associazione Ekos Club Onlus che garantisce custodia e gestione.