Si complicano ulteriormente gli strascichi della «saga giudiziaria» dei palazzi del lungomare Sud. Parola ai giudici civili «Caro Comune, cara Soprintendenza, pagateci le case che abbiamo comprato a Punta Perotti». Sei compratori di altrettanti appartamenti confiscati a Punta Perotti battono cassa a Palazzo di città e al Ministero per i Beni culturali. Chiedendo i danni - per alcuni milioni di euro, forse due o tre milioni, complessivamente - per avere acquistato dalle imprese costruttrici, a suon di centinaia di milioni (di lire), case ormai fantasma, comunque inutilizzabili, comunque mai abitabili. Perché i compratori delusi bussano alle porte del Comune e del Castello Svevo, sede della Soprintendenza ai beni ambientali? Perché - si legge negli atti di citazione - Palazzo di città all'epoca, cioè fra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, emise autorizzazioni edilizie illegittime. E perché la Soprintendenza non vigilò sul rispetto dell'ambiente. Infatti, come scrive la Cassazione nella sentenza di confisca, non si poteva costruire a meno di 300 metri dalla costa, secondo la legge dell'epoca. E l'amministrazione cittadina avrebbe dovuto saperlo. E i Beni culturali pure. Invece il Comune autorizzò la cantierizzazione dei suoli e l'avvio delle opere alla «Sudfondi», alla «Mabar» e alla «Iema». Con atti autorizzativi illegittimi, come scrive la Cassazione nella sentenza che assolve i costruttori per buona fede e trasferisce la proprietà dei tre palazzi al Comune (terza sezione penale della Suprema Corte, 29 gennaio 2001). E la Soprintendenza non vigilò: anche questo è scritto nella sentenza dei giudici romani. Sulla base di questa «distrazione colossale» dei due enti pubblici (e non, a quanto pare, perché il Comune è il nuovo proprietario dei rustici) i sei compratori chiedono loro il risarcimento dei danni. Considerato che gli appartamenti avevano sulla carta un valore dell'ordine di centinaia di mi-gliaia di euro l'uno, variabile secondo dimensioni e posizione, si parla di richieste per alcuni milioni di euro. Le stesse richieste sono rivolte - diremmo naturalmente - all'impresa edile che, di volta in volta, ha venduto l'appartamento: questa azione giudiziaria specifica viene formalizzata, secondo i casi, in un atto separato o nello stesso atto riguardante Comune e Soprintendenza, secondo la scelta metodologica soggettiva dell'avvocato autore della citazione. Ma non cambia molto. Gli avvocati del Comune sono già al lavoro per difendere le casse cittadine dalle richieste dei compratori di Punta Perotti. Richieste legittime? Lo decideranno i giudici della seconda e terza sezione civile del Tribunale, cui sono affidate le vertenze. Del resto anche l'Avvocatura distrettuale dello Stato sta studiando le carte per tutelare la Soprintendenza ai beni ambientali. Nel Palagiustizia di piazza De Nicola si preannuncia una battaglia legale complessa e non certo rapida. Che la storia giudiziaria di Punta Perotti potesse avere strascichi complicati era nell'aria da tempo. Strascichi, cioè battaglie legali che vedono contrapposti i diritti dei privati da un lato e le prerogative degli enti pubblici dall'altro. I timori delle cassandre che annunciavano il persistere di «nubi» giudiziarie attorno alle tre costruzioni e persino attorno ai loro - futuri? - fantasmi si stanno rivelando fin troppo fondati. In effetti, non si vede come la demolizione parziale o totale delle costruzioni dichiaratamente abusive - ormai tappa inevitabile della lunga «saga» - possa risolvere il contenzioso come un miracoloso nodo gordiano. Chi ha pagato per l'acquisto di una casa che non ha avuto vuole recuperare il danaro speso. I costruttori pure si sentono danneggiati dalla confisca e anzi annunciano azioni nei confronti degli enti pubblici che comunque li autorizzarono a cementificare la costa. Sembra un garbuglio difficile da sciogliere, perché - almeno in apparenza - ogni soluzione papabile rischia di scontentare qualcuno. Non è la prima azione mirante al risarcimento dei danni: già nel 2000, prima della confisca, un acquirente, il signor Nicolavito Bisceglie, si rivolse al giudice civile per ottenere dalla «Sudfondi» il risarcimento dei danni per un appartamento ormai «fantasma», e la causa è ancora in corso. E poi nell'estate 2003 dieci acquirenti di altrettanti appartamenti notificarono un atto stragiudiziale di diffida alla «Sudfondi», al Comune, alla Regione e al Ministero per i Beni culturali, chiedendo un risarcimento complessivo di due milioni e mezzo di euro, n motivo? Gli acquirenti lamentavano e lamentano il danno derivante dalla perdita irrimediabile degli appartamenti.