Michele Trimarchi, docente di Economia della cultura: è un modello del passato Come salvare il Duse è una domanda sbagliata: ci si deve chiedere che teatro ci serve e investire di conseguenza Che motivo ha oggi lo Stato di finanziare la cultura quando essa raggiunge solo il 20 per cento dei cittadini? Professor Trimarchi che futuro ha la cultura a Bologna? «Non voglio puntare il dito contro nessuno, ma continua ad agire una forma di ancoraggio ideologico al passato. Il sistema va riformato, a mio parere finanziando non lattività culturale in sé, ma limpatto che produce: laumento di pubblico, la prima assoluta, il risvolto occupazionale. Oppure spostando linvestimento sulle infrastrutture, creando un capitale che duri nel lungo periodo. Questo la Regione Emilia-Romagna lo fa. Non si tratta di togliere, ma di dare meglio. In Italia, ad esempio, non ci sono teatri con doppio palcoscenico: significa raddoppiare le giornate di lavoro». È il problema del Teatro Comunale, il costo del lavoro. «Il Comunale soffre di una crisi condivisa da tutte le fondazioni liriche italiane. Ma la Scuola dellOpera è un esperimento molto interessante perché integra le professionalità del teatro. Il problema è che si grida sempre allarrivo dei barbari. Invece arriva il nuovo, ed è più interessante del vecchio. Un aspetto comune alle imprese culturali è il numero di contratti a tempo indeterminato: sono una trappola. In generale in Italia si soffre di un eccesso di personale. Il che non significa che si debba licenziare, ma produrre di più. Dovremmo negoziare una flessibilità condivisibile. Siamo certi che un museo non possa condividere personale con altre strutture? È solo un esempio». Non siamo preparati al nuovo? «No, non siamo preparati a porre le domande nuove. Come salviamo il Duse? è una domanda sbagliata. La domanda corretta è: che teatro ci serve? e di conseguenza investire. Il commissario Cancellieri ha tutto il diritto di riflettere ancora, ma deve farlo a partire da domande corrette». La crisi è accelerata dalla difficoltà delle Fondazioni bancarie. «È leffetto dellassunto ideologico secondo il quale lo Stato deve finanziare la cultura e se non ce la fa, il dovere passa ad un altro. Ma che motivo ha lo Stato di finanziare la cultura oggi, quando essa raggiunge il 20 per cento dei cittadini e non si fa nulla per comunicarla e diffonderla?» La Regione suggerisce di ricorrere a una tassa di scopo. «Ne penso tutto il bene possibile e la propongo da anni come una delle vie efficaci per creare un po di circolo virtuoso nella sopravvivenza finanziaria della cultura». Si smantellano i teatri, i musei. Ma non si rischia che sopravvivano solo contenuti commerciali, televisivi? «Se inforchiamo gli occhiali, vedremo una miriade di iniziative culturali che non godono di finanziamenti pubblici, promosse da imprenditori che non hanno contratti a tempo indeterminato, ma producono. Ne conosco decine, a Bologna. È un momento fertile a saperlo interpretare». Lei crede che sia possibile un innesto tra il vecchio modello culturale e queste nuove forme di produzione? «Cè una generazione di trenta-quarantenni che va valorizzata. Si tratta di trovare un linguaggio comune. Non si tratta di eliminare nessuno ma di integrare. Lunica cosa da eliminare è la paura».