Se un marziano atterrasse in questi giorni davanti a una librerìa, penserebbe di essere finito su un pianeta dì bibliofagi, o bibliovori: gente che i libri non si limita a leggerli, ma se ne pasce con ingordigia. Come interpretare altrimenti quelle file di ragazzi, padri e madri che affollano i marciapiedi di fronte al Libraccio o a qualche altra catena specializzata in testi scolastici? Code cosi si vedono tutt'al più ai botteghini di San Siro, o nei negozi di Timberland nella stagione dei saldi. E poi gli editori si lagnano che gli italiani leggono poco: altro che, pare l'assalto ai forni. Peccato che succeda solo una volta l'anno, all'apertura delle scuole. Ma questo il marziano non lo sa. Come non sa che la maggioranza dei genitori e figli in età scolare che si sottopongono mugugnando a questo rito autunnale non metterà più piede in libreria per i restanti dodici mesi. Poi ci sono i fanatici, sempre i soliti, che vanno al Festìvaletteratura, o a Pordenonelegge, o a Modena a sentire Bodei, ma non bastano a invertire la tendenza. Per i più la libreria non è un negozio come gli altri, dove acquisti le cose che servono per migliorare la vita: è un luogo di supplizi, una specie di Asl della cultura, un ufficio delle imposte dove si vanno a sbrigare occasionalmente delle pratiche, pagando un 'esosa gabella. Quanto ai libri, a pane quei gadget che ogni tanto ti propina l'edicolante per una decina di euro, sono solo fasci di pagine da infilare nella fotocopiatrice. Giorni fa incontro un figlio di conoscenti, iscritto al primo anno di giurisprudenza, che deve dare l'esame di diritto costituzionale. «Su che testo stai studiando?» gli chiedo. «Boh?». Si era dimenticato di fotocopiare il frontespizio. Del resto, che importanza ha il tìtolo del libro o il nome dell'autore? Per uno studente degli anni Sessanta del secolo scorso, Natalino Sapegno o Armando Saitta facevano quasi pane della famiglia, erano degli zii un po' barbosi, con i quali si poteva andare più o meno d'accordo, ogni tanto ti davano uno schiaffone (o eri tu a spennacchiarli) ma avevano un 'identità, un volto che ti parlava da dietro quelle copertine rilegate. Adesso agli esami capita di sentir dire: «Sulle fotocopie c'è scritto». Xerox dixit. Ma che ci volete fare: il ministro Urbani, che pure è docente universitario e non da tregua ai pirati dei film o della musica in rete, se qualcuno gli fa notare che la pirateria delle fotocopie in Italia scorrazza indisturbata (quasi 300 milioni di euro rubati a editori e librerie), risponde che i ladri di mele vanno perdonati. Viene il sospetto che i veri marziani siano questi governanti, scesi tra noi da qualche bizzarro pianeta digitale dove un libro (o un autore) vale meno di una «delizia» del trentino.