Come avrebbe reagito Giovanni Urbani rispetto alla recente rifanno del ministero per i Beni e le attività culturali e, in particolare, al rafforzamento delle Soprintendenze regionali, già istituite dalla precedente riforma Melandrì e diventate, nel nuovo assetto ministeriale, "Direzioni generali regionali". Nel suo articolo di domenica 12 settembre Bruno Zanardi, che sembra ormai diventato l'unico esegeta autorizzato alla diffusione del pensiero di Urbani, non ha dubbi: uno dei più autorevoli direttori dell'Istituto Centrale del restauro, secondo lui, non le avrebbe apprezzate perché non inserite in un quadro globale di politica di tutela del patrimonio artistico, la etti colonna portante doveva essere la "conservazione programmata ". Ne siamo sicuri? Cosa diceva esattamente Urbani nella sua Proposta per la riforma della legge e degli Organi di tutela del 1986? Nella premessa a quella proposta Giovanni Urbani tracciava un bilancio piuttosto negativo Sui primi dieci anni dell'istituzione del ministero per i Beni culturali e ambientali, criticando soprattutto la creazione del ministero per l'Ambiente, che avrebbe prodotto inutili se non dannose sovrapposizioni di competenza, impedendo «una politica di tutela fondata sul rapporto organico tra beni culturali e ambientali. La proposta è articolata in tre punti fondamentali: 1. «Concetto, ambito e finalità della tutela»; 2. 2. «Metodo e strumenti della tutela» (catalogazionepiani di conservazione e di valorizzazionerecupero dell'edilizia storicapiani paesistici valutazone d'impatto ambientalevincoli); 3. 3. «Organizzazione della tutela». Fermiamoci al punto 3 - organizzazione della nuda. Urbani proponeva all'epoca quattro semplicissime modifiche da apportare alla struttura ministeriale, delle quali qui interessano soprattutto le prime due: la prima consisteva nel riservare «al personale tecnico-scientifico, e solo ad esso» l'accesso ai ruoli di dirigente generare; la seconda che è quella che più entra nel vivo del dibattitopolemica sul molo dei Direttori regionali consisteva nel creare «provveditorati regionali, diretti da funzionari tecnico-scientìfici col grado di dirigente generale, con funzioni di indirizzo e collegamento delle attività di conservazione programmata svolte dalle Soprintendenze» con ulteriori compiti di programmazione e assunzione diretta del personale, di funzionamento di laboratorì sperimentali, di esecuzione di grandi lavori o interventi straordinari di restauro, di rapporti con le Regioni e le Università. Ora, si tratta degli stessi compiti (per la verità intelligentemente ampliati nella proposta di Giovanni Urbani) assegnati dalla riforma ai "nuovi" Direttori regionali (in grande maggioranza reclutati nel corpo tecnico-scientifico del Ministero) e, se andiamo a leggere il Codice dei beni culturali a! comma 1 dell' art, 29, per la prima volta viene inserito in un articolato legislativo il concetto di "conservazione programmala" come la base per una corretta politica di tutela del patrimonio. Codice e rifanno vanno letti come un insieme organico, nel quale l'una deve essere lo strumento operativo dell'altro. E quindi certamente vero che le Direzioni regionali non avrebbero senso senza conservazione programmata, ma è proprio qui la sfida e l'innovazione del nuovo assetto: coordinare le Soprintendenze di settore e vigilare nel territorio assegnato perché il Codice sia applicato correttamente anche per quanto riguarda tutte le misure previste di conservazione del patrimonio. Come tutte le sfide e le innovazioni, anche la riforma può avere delle incognite, ma prevederne in anticipo il. fallimento in una sorta di catastrofismo cosmico, semplicemente, non è utile né a quanti lavorano da anni nel Ministero con competenza, impegno e passione, né alle generazioni giovani né, soprattutto, al patrimonio artistico del paese. Direttore dell'Istituto centrale del restauro